Amusement Parks On Fire + Kardia @ Traffic [Roma, 24/Novembre/2009]

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Sarà per l’aria da teenager di Michael Feerick. Sarà per quei suoi capelli biondi finissimi, per quella pelle slavata. Sarà per la voce che riporta all’alternative degli anni ’90 (nessuno citi i Nirvana). Sarà per il confine,  mai superato, con i territori mainstream che il quintetto di Nottingham lambisce con estrema disinvoltura. Sarà anche per tutto questo che gli Amusement Parks On Fire piacciono. Riabbraccio il Traffic dopo diverso tempo. L’umidità intirizzisce i convenuti. Il locale si popola pian piano e conterà alla fine anche un paio di incalliti nerds. Serata tranquilla. Siamo a casa. Ad aprire la partita ci pensano i navigati romani Kardia che presentano il nuovo chitarrista. Proprio un anno fa, su questo stesso palco, la band presentava l’album ‘Kaleidocristo’. L’accoglienza e buona e la formazione guidata da Paolo Alvano sembra rodata al punto giusto.

La band di Nottingham è in pieno tour europeo. Arrivano dalla Germania, da non so dove, con uno scalcinato pulmino, sulle spalle un viaggio lungo 18 ore. Una valigetta con alcune copie cartonate del bellissimo (secondo) ‘Out Of The Angeles’ (il primo omonimo venne pubblicato dalla Invada di Geoff Barrow dei Portishead) e una ricca quantità del nuovo EP handmade ‘Young Fight’. Copie rigorosamente numerate a mano. Un trolley di magliette per lillipuziani conclude l’angolo oscuro del merchandise. Quello che seguirà sarà un set breve. Funestato da (quasi) irrisolti problemi tecnici che affligono Feerick sin dall’inizio. Un vero peccato per una band che ha fatto dell’impatto e della progressione reiterata, una sorta di marchio di fabbrica. Sotto una luce azzurrastra i cinque inglesi provano subito a spingere. ‘In Flight’ (probabilmente il loro brano migliore) è posto in apertura. ‘Out Of The Angeles’ viene “citato” anche con la seguente ‘Blackout’. Alla fine di ogni pezzo Feerick discute con il fonico personale. Poi riprende. E’ un’esibizione in lento miglioramento. Le sfuriate chitarristiche appartengono ai My Bloody Valentine (qui si che Kevin Shields e soci possono essere posizionati come metro di paragone), le aperture melodiche ricordano i Silversun Pickups, atmosfere d’insieme propriamente shoegaze. Non siamo di fronte alle brutture partorite live dai Twilight Sad e dunque non siamo di fronte alla scarsezza di molte formazioni “recenti” che usano la parolina shoegaze solo per nascondere ciò che di shoegaze è solo lontano parente. Visibilmente irritati escono dopo un’oretta scarsa. Il tempo di guardarci attorno che ricompaiono per l’ultima ‘Cut To Future Shock’. Apice di uno show che finalmente ci ha regalato le emozioni che cercavamo affamati questa sera. Mentre rassettano i loro mille e uno effetti, si concedono simpaticamente a complimenti, a richieste di scaletta e di CD. “Ciao, potrei avere un EP?”. Torniamo a casa.

Emanuele Tamagnini