Amon Tobin @ Brancaleone [Roma, 16/Aprile/2007]

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Le aspettative per una serata dipendono anche dalle persone che stanno in fila dietro e davanti a te. Cioè, se ti fai dieci minuti di quella fila davanti al Brancaleone circondato da rimastini dei rave, non è che ti prende proprio bene. L’aspettativa era: “entro mi ubriaco e abbozzo”. Fortunatamente gli unici rimastini erano quelli che stavano in coda, all’interno c’erano solo quelle persone comunemente definite “normali” (a volte i più tecnici li chiamano anche “casaccius”) che non hanno mai dato fastidio a nessuno. Vanno al concerto bevono una birra e tornano a casa. Perfetti! Entro che già il dj di origine brasiliana stava mixando i campionamenti di motociclette estratti dal suo nuovo disco (“Foley Room” su Ninja Tune) e il popolo stava già impazzendo fomentato dai ritmi DnB spinti da casse iperfiltrate e distorte quanto basta per non dare l’impressione di trovarsi a Rotterdam negli anni ’90. Negli intermezzi in cui Amon Tobin preferisce suonare su indirizzi più ambient la massa di gente frena la danza per dedicarsi alla modifica di sigarette o alla caccia di alcolici da consumare durante il prossimo pezzo “ballabile”. A differenza di quanto si possa pensare, nel set non ha incluso nessuno dei pezzi influenzati dal jazz che si potevano sentire nelle sue prime produzioni, con grande rammarico di molti dei presenti (queste le voci da bar che ho sentito), ma io dico: MENO MALE! Era l’unica cosa di cui avevo paura, dovermi sorbire un dj con un incredibile groove DnB mettere del jazz grazie al suo “lettore cd”. Ma poi non capisco: che gusto c’è a vedere un essere umano che spinge un tasto e fa partire musica jazz pre-registrata? Lo posso fare anche io a casa cliccando col tasto destro sul disco di Ornette Coleman e poi su “play in winamp”. Ma quello che voglio cercare di far capire è appunto che il dottor Tobin ha gusto, un grandissimo gusto: a partire dalle scelte armoniche passando per i suoni (che a me personalmente fanno impazzire, soprattutto quando decide che un suono lo devo sentire solo a destra o sinistra) e per le soluzioni ritmiche. Un continuo susseguirsi di ritmi diversi che sfociano anche in parti hip-hop e downbeat, ma oltre a questo ha avuto anche l’intuizione (e appunto il buon gusto) di non propinarci spocchia jazzoide che si, sul disco va bene, ma dal vivo bisogna scuotere i sederi…

Andrea Di Fabio

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