American Music Club @ Spazio 211 [Torino, 11/Marzo/2008]

431

E’ mia consuetudine misurare l’affluenza di pubblico dalle macchine parcheggiate fuori dal locale, lungo il ponte sulla strada. Quando ci sono di queste occasioni particolari la mente viaggia e fa il seguente ragionamento: data unica, gruppo storico, quanti biglietti ci saranno ancora? Non l’ho preso in prevendita, paura. Il ponte è semi deserto. Il locale non è propriamente in centro. Sorrido, entro e quel poco di apprensione che avevo addosso svanisce immediatamente. Con sguardo stranito mi accorgo che l’età media dei presenti è piuttosto alta. Senza esagerare posso affermare che ero uno dei più giovani ad assistere al concerto degli American Music Club, rappresentati in tutta la loro importanza storica da Mark Eitzel, di professione songwriter e amante dei bar (parole sue), from San Francisco, California. Ad accompagnare questo pezzo di storia della musica americana ci sono tre personaggi piuttosto bizzarri. Se Eitzel si presenta vestito in maniera quasi bukowskiana con barbona, cappello e sneakers, i tre gregari sono la perfetta rappresentazione della Frisco degli anni ’80. Anacronistici ma efficaci. Chi si aspettava un avvio in sordina aveva visto male, malissimo. Dopo un inizio infuocato e chitarroso alquanto (‘Hello Amsterdam’), nella prima parte del set è ‘Home’ a catalizzare l’attenzione tanto è intensa ed emozionante. Tra una canzone e l’altra Eitzel intrattiene il pubblico spiegando da cosa nascono le sue canzoni; spesso si tratta di discorsi e situazioni accadute in un bar quasi a confessare a ciascuno di noi che l’unica cosa che sa fare bene è scrivere delle stupende canzoni e restare seduto in un bar, con qualcosa da bere e tanto su cui riflettere. E penso allora che quest’uomo che ho davanti, con la voce graffiata dal tempo, deve aver avuto tanto su cui riflettere, soprattutto su se stesso, se riesce a scrivere frasi come “sono spaventato dalla mia stessa ombra” o “il mio unico peccato è la mia pelle”. Non può mancare un inno, un ringraziamento, a quella che è forse la primaria fonte di ispirazione per Eitzel: San Francisco. Se non altro ha giocato il ruolo di sfondo costante alle sue vicende. Eitzel sembra uscito da un racconto di Kerouac, aver viaggiato con lui lungo le strade d’America, senza sosta; aver bevuto fino all’annebbiamento con Bukowski, prendere tutto quello che dalla vita si poteva imparare e metterlo in una canzone. Amore, tragedie, fallimenti, vita di strada. Tutto questo è American Music Club, è Mark Eitzel, che chiude un set quasi senza voce accompagnato dal fido Vudi e noi in silenzio, che pendiamo dalle labbra di questo songwriter venuto dallo spazio.

Andrea Sassano

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here