Amaury Cambuzat @ Trenta Formiche [Roma, 1/Marzo/2018]

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Amaury Cambuzat è un polistrumentista francese che fonda con il bassista Olivier Manchion gli Ulan Bator a Parigi nel 1993. Dopo l’ingresso di Frank Lantignac alla batteria, il trio realizza l’esordio omonimo del 1995. Il loro avant-rock si esprime in brani irregolari che miscelano post-rock, noise, krautrock e new wave, con un cantato quasi trascurato, tetro ed urlato. La proposta trova miglior definizione nel mini album “2 Degrees” del 1996 ed inizia a farsi notare di più, tanto che Cambuzat e Manchion cominciano una collaborazione con i Faust che durerà nel tempo. A questo punto arriva il primo contatto con l’Italia. Il Consorzio Produttori Indipendenti viene attratto dalla band, sia musicalmente, che per il nome ispirato alla capitale della Mongolia. Nel 1997 realizza la raccolta “Polaire” per la collana Taccuini, selezionando con cura alcuni brani tratti dai primi due lavori. Poi cura la stampa italiana del terzo disco “Vegetale”, supportando l’operazione con un tour promozionale. Il pubblico ha modo quindi di saggiare tutta l’intensità, l’impatto ed il calore che si sprigiona dall’energia visionaria della band. Sono passati vent’anni, ma il live romano lo ricordo ancora bene. Nel 1998 Matteo Dainese sostituisce Lantignac e la band firma per la Young God di Michael Gira, realizzando con la sua produzione l’album “Ego:Echo” nel 2000, anche questo stampato in Italia da Sonica. Il disco ha una gestazione difficile, ma ottiene un risultato notevole: smussa e sdogana il cantato e ammorbidisce il suono, riuscendo a catalizzare una forte fascinazione psichedelica. Nel 2002 esce “OK:KO”, con materiale tratto dalle sessioni di registrazione e dai live del disco precedente. A questo punto Manchion lascia, sostituito da Manuel Fabbro, mentre Egle Sommacal entra alla seconda chitarra. Nel 2003 la band realizza “Nouvel Air”, prodotto da Robin Guthrie e con un suono più pacato, ottimista e raffinato. Sommacal abbandona e il trio restante registra il convincente “Rodeo Massacre” per la Jestrai, ospitando in un brano Emidio Clementi. Cinque anni dopo il ritorno con la pubblicazione del  granitico “Touh-Bouh”, che vede il leader affiancarsi a nuovi compagni di avventura, tra cui James Johnston alla chitarra e al piano. In tempi recenti realizza altri tre album dignitosi con continui rimpasti di formazione: “En France/En Transe” nel 2013, “Abracadabra” nel 2016 e “Stereolith” lo scorso anno. Nel frattempo pubblica anche due dischi con il side project Chaos Physique e quattro album solisti, di cui tre con il moniker di Acid Cobra.

Amaury Cambuzat è un uomo simpatico e cordiale, con uno sguardo mite e un sorriso gentile. Ha eleganza, stile e carisma. Questa sera per lui sul palco del Trenta Formiche ha inizio un nuovo tour italiano, l’ennesimo. Oltre venti date in solo, in cui rileggere in chiave acustica alcuni brani degli Ulan Bator, sia storici che recenti. Un progetto simile è stato pubblicato nel gennaio del 2015. Si tratta di un’edizione limitata di 300 copie finanziata tramite Musicraiser, con un video live come bonus digitale e un libro allegato, contenente i testi e i disegni autografi dell’artista. Questo tour stravolge in parte la scelta dei brani rispetto a quel disco, ma ne ripercorre esattamente l’approccio e il mood. Le distorsioni e i feedback lasciano il passo, plasmando la consueta paranoia in un’accezione diametralmente opposta. I brani ridotti all’osso e spogliati da ogni turbamento elettrico, mantengono comunque l’inquietudine originaria. Perdono d’impatto e guadagnano d’introspezione, pur presentando la caratteristica intensità di fondo. Tutto si sussegue come in un flusso di coscienza, in cui l’artista si mette completamente a nudo, evidenziando una sfera intima malinconica e vitale. La voce è spesso sussurrata e la chitarra non è mai sopra le righe, colpendo quasi in punta di fioretto. Una vena folk scarna e minimalista che evidenzia una sorprendente propensione melodica. Le liriche ottengono maggior risalto e l’animo sfaccettato dell’artista ne esce tutt’altro che ridimensionato. La sperimentazione lascia il passo ad una maggiore consapevolezza, che per semplificare chiameremo maturità. Armato di sola voce e chitarra acustica elettrificata, con effetti, loop station e stomp-box, custodisce alcuni piccoli strumenti utili per la performance adagiati su un piccolo comodino di legno posto al suo fianco. Le prime note dell’incalzante “La Lumiere Blanche”, danno inizio allo show dieci minuti prima delle mezzanotte. Cambuzat dimostra un bel fraseggio di chitarra e un uso attento e consapevole dei loop e della sovrapposizione degli elementi. “Hiver” porta in dono un riff folk ampio ed avvolgente. Un arpeggio ipnotico e lento apre “La Joueuse De Tambour”, che prosegue evidenziando un cantato dalla timbrica bassa, abbandonandosi nel finale ad una dinamica accattivante. “Ether” sembra una classic ballad, ma evidenzia una bella progressione conclusiva molto ben strutturata. Anche “Spinach Can” ha una partenza ed un incedere da ballata classica, facendo emergere una bella armonizzazione vocale centrale e una coda sospesa d’ottima fattura. Niente male per un brano, che ha detta dell’esecutore, è stato suonato in acustico oggi per la prima volta. “Hémisphère” sembra eseguita dagli Angels Of Light, durante una scampagnata nei terreni acustici di Seattle in compagnia degli Alice in Chains. Semplicemente meravigliosa. “Embarquement” ha una rilettura quasi cantautoriale, ma con un profondo alone di straniamento interiore. “Lost” ha lo stesso approccio della precedente e si compiace nel finale evocativo e struggente, caratterizzato da un bell’intreccio di loop di chitarra ad incastro. “Pensèes Massacre” e un affresco delicato e poetico sia nel contesto vocale che strumentale. “Sour Violence” dispensa grande impatto e coinvolgimento, con un epilogo degno degli Swans. “Protection” sembra particolarmente di maniera, almeno nella fase iniziale, prima di un’apertura post rock di classe pura, con incisi per armonica a bocca e maracas. “Echo #2” chiude i giochi in maniera lenta e malinconica, usando una timbrica scura e toni apocalittici. I presenti non sono molti, ma apprezzano lo spettacolo. Tributano un bell’applauso sincero e chiedono subito il bis, non permettendogli neppure di alzarsi dalla sedia di scena. Cambuzat lo concede sornione, dicendo loro che lo farà soltanto se compreranno i dischi al banchetto. Quindi presenta una bella cover di “Carry Home” dei Gun Club periodo “Miami”, con cui conclude settanta minuti molto particolari.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore