Alva Noto & Ryuichi Sakamoto @ Auditorium [Roma, 23/Settembre/2012]

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Domenica ventitrè settembre, Auditorium Parco della Musica, sala Santa Cecilia, le nove e mezza. Ero là, seduto in galleria, terza fila centrale. A dirla tutta non ero sicuro fosse domenica, non ero sicuro fosse il ventitrè settembre, non ero sicuro di essere a Roma, e non ero affatto sicuro che fossero le nove e mezza. Ryuichi Sakamoto e Alva Noto tornano a Roma a distanza di un anno con il tour “S” per presentare il nuovo disco ‘Summv’s. Da una parte Sakamoto, pianista giapponese di fama internazionale, premio Oscar per la colonna sonora de “L’Ultimo Imperatore” di Bertolucci, ex membro della Yellow Magic Orchestra e forte delle collaborazioni con musicisti del calibro di David Sylvian, Caetano Veloso e Iggy Pop; dall’altra parte c’è Alva Noto, compositore tedesco di musica elettronica (tra i massimi esponenti della glitch) da sempre appassionato per le arti visive. Due figure totalmente differenti l’una dall’altra, distanti anni luce, che come per magia riescono a completarsi a vicenda. Non si tratta tanto del solito discorso “gli opposti che si attraggono”, ma parafrasando Hesse: la nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro compimento.

Due attitudini diametralmente opposte nei confronti della musica che riescono a conciliarsi, pur rimanendo fedeli al proprio retaggio. La base sintetica, lo sfondo urbano per l’umanità analogica. Sembra questo il gioco fondamentale dei due musicisti: Alva Noto crea l’ambientazione e modella le storie che Sakamoto racconta col suo pianoforte. E poco importa se all’inizio i due non sembrino ritrovarsi alla perfezione (qualche attacco è stato imperdonabilmente sbagliato dal tedesco), poco importa che alcuni tra il pubblico già mostrino una certa insofferenza verso il lento incedere del concerto; non hanno capito (quegli stupidi, perché di stupidi stiamo parlando) che non ci si può avvicinare ad eventi del genere senza aver lasciato tutto alle spalle, con una disposizione pressoché totale nei confronti della musica. E una bella mano la danno anche le installazioni visive, che disegnano su schemi preimpostati i beat del tedesco e le note del giapponese, creando figure minimali e luminosissime che, abbagliando sporadicamente la sala, riescono nella (a me nuova) impresa di caricare la musica di ulteriori significati. L’abbinamento musica/immagini riesce alla perfezione, e da lì il pubblico comincia a dar forma alle storie che vengono raccontate. Un pubblico man mano più entusiasta si lascia coinvolgere sempre di più da Sakamoto e Noto, scrosciando in lunghissimi applausi al termine di ogni composizione. Si assapora tutto, gli applausi, le note del pianoforte, gli sporchi beat glitch del laptop, il silenzio, tutto è parte integrante del concerto, e nulla sembra fuori posto. Più che una via di fuga dalla realtà, una piena presa di coscienza di essa, raggiungibile solamente attraverso l’alienazione; una sorta di ascesi, di ricerca del sacro Om. Dirò la verità, mai mi era capitato di assistere ad uno spettacolo del genere. E sarà stato il fascino della prima volta, ma credo che difficilmente mi capiterà nuovamente di entusiasmarmi tanto per una serata del genere.

Stefano Ribeca

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