Alva Noto & Blixa Bargeld @ Teatro Regio [Parma, 26/Marzo/2011]

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Teatro Regio di Parma. E’ questo il posto che Blixa Bargeld (fondatore e leader dei celebri Einstürzende Neubauten, ed ex chitarrista dei Bad Seeds di Nick Cave) e Alva Noto (musicista, artista visuale) hanno scelto come prima data in Italia dopo l’uscita nel 2010 del loro album ‘Mimikry’, geniale collaborazione tra i due artisti tedeschi e che prosegue le sperimentazioni dell’EP ‘Ret Marut Handshake’, uscito sempre lo scorso anno. Con questa collaborazione e questi album Blixa prosegue la sua carriera solista dando spessore ad una propria intuizione artistica, ad un’idea di performance che travalica i confini dell’arte e che rimescola i contenuti del teatro sperimentale tedesco d’avanguardia post-industriale degli anni ’80 con quelli dell’elettronica minimale di Alva Noto.

Dopo il concerto annullato lo scorso anno alla Fondazione Pomodoro di Milano, era ovvio che data sarebbe andata subito sold out. Infatti, già 10 giorni prima dell’evento non si trovava più un biglietto e ciò rende l’idea di quanto fosse atteso l’evento. Il colpo d’occhio appena messo piede in teatro è fortissimo: una cornice sfarzosa e regale contrapposta ad una scena essenziale. Dopo mezz’ora d’attesa, ecco apparire sul palco i due artisti. Solo una luce bianca, fredda punta Blixa che si presenta austero, in doppiopetto nero e a piedi nudi; alla sua sinistra più defilato Alva Noto, immobile dietro alla sua strumentazione. L’inizio del concerto non è dei migliori. Blixa riprende, anche in maniera colorita, il socio che si incarta negli attacchi e negli stacchi dei primi due pezzi. L’impatto del suono è subito dirompente, questa sera mi preparo ad un esperimento per le mie orecchie. Nel frattempo, Alva propone sullo sfondo forme geometriche monocromatiche. La voce di Blixa è manipolata, distorta, i suoni echeggiano all’infinito; viene attivata con pedali, looppata, disattivata di botto; amplificata e disumanizzata riuscendo a materializzarsi sul palco. Quegli urli, quei gemiti diventano la materia prima per Alva che li modella, li destrutturalizza, li distrugge.

A parte ‘I wish I was a Mole in the Ground’ che è una canzone folk americana (cantata anche da Bob Dylan), il resto dei pezzi sono vere e proprie visioni, note, grovigli di parole, che vengono trasfigurate, ripetute ossessivamente come in ‘Once Again’ e ‘Fall’. L’ossessività di Blixa per il linguaggio ripetuto, logorato sino all’essenza del verbo stesso prende vigore e forza lirica rispetto all’esperienza Einstürzende Neubauten. A parte le basi mandate da Noto, tutto è molto improvvisato, tutto è idea, persino il rumore dell’acqua in una bottiglietta di plastica e l’interferenza delle onde del cellulare vicino al microfono. Alva e Blixa catturano ogni suono, per poi liberarlo un istante rigenerato e artefatto. I due artisti ci portano nel loro mondo per un’ora, ci rilassano, ci ossessionano, ci ipnotizzano, ci spaventano. Ma il pubblico non è ancora sazio; li richiama sul palco e si fa concedere ancora mezz’ora. Blixa allora ci provoca con sibili e lamenti che diventano urla strazianti. Ottima chiusura di una spettacolare e accattivante performance. Torno a casa soddisfatta nel vedere che in un momento di pesanti tagli all’arte e alla cultura che viviamo da tempo nel nostro paese ci sia ancora spazio per eventi importanti come quello di questa sera che è riuscito a rendere vivo, giovane e d’avanguardia persino un teatro del ‘600.

Andrea Rocca

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