Alva Noto & Blixa Bargeld @ Auditorium [Roma, 31/Marzo/2012]

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Nel buio della sala, a illuminare lo scenario concorrono solo varie forme geometriche proiettate sullo sfondo: prima un rombo arancione, poi una specie di clessidra blu-violacea, quindi di nuovo il rombo. Minimalismo visivo, oltre che musicale: il palco è spoglio, ridotto all’osso. Solo le casse spia e le apparecchiature di Alva Noto alleggeriscono il peso di un’ambientazione beckettiana. Il clima è algido e magnetico, ma platea e galleria sono, fortunatamente, ben piene: dettaglio insolito e confortante, in un periodo di incertezza esistenziale e sociale. Benché questo spettacolo lasci tutto fuorché certezze: a ben pensarci, la sensazione è di totale scombussolamento interiore. È una performance che tende la mente ma che prende tutto il corpo: un coinvolgimento che è ora tensione, ora incredulità, quindi stupore. Non un solo minuto di noia, in questa messa in scena della fusione tra naturale e artificiale, uomo e macchina, che avviene sul palco ma che si propaga nell’etere investendoci, costringendo i nostri corpi a rispondere colpo su colpo, secondo uno schema azione-reazione.

Alva Noto e Blixa Bargeld sono più ricercatori che musicisti, da sempre: benché il secondo abbia alle spalle esperienze come quella da chitarrista nei Bad Seeds, il suo approccio non è mai stato diverso da quello dell’investigatore. Del lato più rumorista e industriale della tavolozza, per essere precisi. Sul guru del minimalismo elettronico, poco da dire: memore dell’equazione musica=matematica, Carsten Nicolai (aka Alva Noto) ha fatto della ricerca musicale la ragione del suo impegno, cercando nell’interazione uomo-macchina la fonte di sonorità inedite e inaudite. Cosa aspettarsi da una tale collaborazione l’abbiamo visto in ‘Mimikry’: l’altra metà della risposta l’abbiamo stasera.

I due tedeschi, rigorosamente in nero, si presentano sul palco per un incipit minacciosamente in sordina. Bargeld inizia a svisare su un’armonica che, tramite una loop station, comincia a crescere e sovrapporsi a sé stessa, riverberata in ogni angolo della sala. L’esclamazione “Red marut handshake!” dà invece il via a uno dei brani dell’album più alienanti. Su una base ritmica industriale, piena di sbuffi di sfiatatoi e inquietanti droni in sottofondo, la voce versatile di Blixa, ora profonda e cavernosa quindi stridula e diabolica, ripete in continuazione la litania che dà il titolo alla traccia, alternando declamazioni in tedesco a lancinanti grida ferine. Gli automatismi meccanici e il bombardamento ritmico di ‘Once Again’ sono invece la piattaforma sulla quale l’ex Einsturzende Neubaten continua a recitare con voce umana martoriata dalle incursioni elettroniche del collega e, mentre i rumori di fondo si fanno più spiazzanti e diseguali, Bargeld dice qualcosa in italiano, in cui si capisce solo “telefonino”. L’unica concessione alla melodia ci viene data con l’esecuzione di ‘One’, cover del brano di Harry Nilsson, qui resa assolutamente secca e digitale, benché il cambio melodico in maggiore mantenga intatto il suo fascino. Cortocircuiti elettrici, cavi dissaldati e una base cinetica zeppa di glitch danno lo spunto al vocalist per ricordarci che “Electricity is fiction”. Arriva poi l’ora del lied marziale e algido di ‘Bernsteinzimmer’. Bargeld si posiziona dietro Alva Noto, creando un angosciante effetto di doppio grazie alla sua stessa ombra che proietta dietro di sé, rendendo difficile distinguere il corpo sorgente. Nel frattempo, quelli che possiamo ora definire accordi si diffondono nell’aria, severi e tragici, quando finalmente il corpo di Bargeld si stacca dalla sua stessa ombra (o è il contrario?) per recitare con trasporto i versi del brano. In ‘Berghain’, il bip di un led, accompagnato da percussioni regolari e dal tremebondo risucchio creato con la voce, si completa con dei monosillabi mandati in loop, creando un crescendo caustico che trova finalmente sfogo nel finale.

La prima chiusura è affidata all’orrorifica ‘Wust’. Scricchiolii e cigolii sinistri vanno addensandosi poco a poco, fino a sfiorare più e più volte la deflagrazione. Solo un rapido e secco movimento di Alva Noto ha il potere di interrompere il processo ed evitare il peggio, cioè l’implosione dei nostri timpani. Il brano è esteso per l’occasione, creando un clima da Ragnarök e generando una tensione sempre più insostenibile: la sensazione è quella di assistere impotenti alla nostra progressiva distruzione. In questo modo accomodante si conclude il concerto, prima della ricomparsa sul palco dei due artisti. Il finale è di quelli che non si scordano facilmente. Mentre mi chiedevo se alla fine avessero deciso o meno di eseguire una traccia tanto disturbante come ‘Fall’, ecco che Bargeld inizia a dilaniarsi le corde vocali producendo al microfono gli stridii di un rapace in asfissia. La sensazione è claustrofobica, mortifera e, mentre a casa puoi sempre mandare avanti o abbassare il volume, qui non c’è scampo, se non tapparsi le orecchie con le dita, per evitare quelle terribili vibrazioni al tuo interno. Uno dei brani più allucinanti e devastanti che mi sia capitato di ascoltare dal vivo. L’ora e mezza di esibizione si chiude con quella che Bargeld definisce “an Appalachian folk song”. ‘I Wish I Was a Mole in the Ground’, dopo la traccia precedente, sembra quasi uno scherzo, una presa in giro, se non fosse che, dalla simpatica filastrocca che era, diventa il delirio di un pazzo in un manicomio criminale. Un brillante esempio di arte intesa come libertà di ricerca ed espressione totale: due agenti del caos al servizio della sperimentazione pura. Una coppia clamorosa per una delle performance più memorabili di quest’anno, senza dubbi.

Eugenio Zazzara