Alt-J @ Circolo degli Artisti [Roma, 29/Novembre/2012]

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Parcheggio a un isolato di distanza, le conseguenze del sold out si fanno sentire e la giornata uggiosa sembra aver spinto tutti i romani a muoversi con mezzi propri, visto che il traffico è superiore ai già ragguardevoli standard capitolini. Dirigendomi verso il Circolo, col mio consueto passo da ritardatario seriale, mi imbatto in quattro loschi figuri fermi ad un angolo che, al mio passaggio, mi chiedono se ho biglietti da vendere. Rispondo negativamente e proseguo per la mia strada, o almeno ci provo. “Hai uno o più biglietti da vendere?”, mi chiede stavolta una ragazza col sorriso amaro di una che da un’ora a questa parte si è sentita rispondere di no da tutti. Nonostante ciò non perde la speranza, o più probabilmente l’ha persa, ma ha deciso di tentare fino all’ultimo per non avere rimpianti. Non ricordo neanche più da quanto tempo non vedevo certe scene, non leggevo sui social network “vendo un rene per un biglietto”, non mi sentivo imbarazzato dagli eccessi dei fan di una band che non può essere quella preferita, se non altro per questione di tempo: un solo album all’attivo, un Mercury Prize (miglior album britannico) vinto proprio a novembre e l’inizio del primo tour ufficiale che porta in calce la data del 31 ottobre 2012. In realtà questi ragazzi del nord dell’Inghilterra avevano già toccato capo e piedi dell’Italia in due festival estivi, rispettivamente in provincia di Verona e Palermo, riscuotendo successo grazie alla loro commistione di generi capace di attrarre una buona fetta di appassionati musicali, quali che siano le loro preferenze.

Ma lasciamo per ora le riflessioni e buttiamoci sulla fredda cronaca. Calda accoglienza quella del pubblico romano, e che il termometro tocchi alte temperature, nonostante fuori ci siano pochi gradi, ce lo dimostra il trattamento riservato a unePassante, progetto della palermitana Giulia Sarno, che tra pop raffinato e jazz riesce a tenere a bada, facendosi anche apprezzare, gli spettatori accorsi ad assistere al live della nuova suggestione proveniente da Oltremanica. Non ci sono più biglietti in giro da ormai un mese, segno che i presenti si sono procacciati il loro pass con un anticipo tale da creare in loro grandi attese ed anche un po’ di smania che si esplicita in un’orgia di fischi ed urlacci nei 15 minuti di attesa tra i saluti di unePassante e l’arrivo sul palco degli Alt-J, accolti da un tripudio di applausi. Poco prima avevo sentito dire da un tale vicino a me: “vabbè che siete la band rivelazione però mò venite fuori”, sintomo di una carenza di affetto nei loro confronti tale da confermare che più che per reale stima nei confronti della band in molti erano lì perchè si trattava di un evento al quale non si poteva mancare. Eccoli qua i quattro ragazzi dell’università di Leeds con le loro t-shirt nerdy ed il batterista messo di fianco al muro anzichè nella classica posizione dietro il cantante. D’altronde “Alt-J” non è altro che il comando Mac per ottenere la lettera greca delta, che in matematica significa cambiamento, e una band con questo nome non poteva di certo presentarsi di fronte a noi in maniera comune. Si parte con gli stessi tre brani che aprono ‘An Awesome Wave’, il loro primo celebratissimo esordio. ‘Intro’, ‘Interlude I’ e ‘Tessellate’ sono proposte con delle esecuzioni talmente perfette da lasciare a bocca aperta. C’è un’amalgama tra i musicisti ed una padronanza del palco che lascia sbalorditi se pensiamo che la loro esperienza non può di certo essere di primo livello. Per ‘Interlude I’ sale sul palco un coro formato da ben 17 elementi che esegue il brano “a cappella” per la gioia dei presenti, già in visibilio. Nel mentre, penso che io stesso dovrei mettere su un coro, visto che il mercato, evidentemente, non chiede altro. Dopo questa partenza senza fronzoli l’entusiasmo è alle stelle ed i meno abituati ad una simile calca (almeno una decina) si ritirano dalle prime file per seguire il resto del concerto in posizioni più defilate. Intanto scorgiamo un fan, verso metà sala, brandire un triangolo (quello della dotazione di sicurezza delle automobili) che richiama alla perfezione il logo della band.

Quarto pezzo in scaletta è ‘Something Good’, grazie al quale i ragazzi di Leeds fanno sapere come la pensano su un tema sempre piuttosto dibattuto come quello della corrida. Il brano più interessante della serata, forse anche perchè meno noto rispetto agli altri, è ‘Slow dre’ che altro non è se non un mashup composto dal testo di ‘Slow’, vecchia hit di Kylie Minogue, e la musica di ‘Still Dre’ di Dr Dre. L’effetto che ne deriva è puro stile Alt-J ed il pubblico gradisce all’istante, fatto molto raro quando nel corso di un live così atteso si osa suonare un pezzo del tutto nuovo. Intanto i presenti accompagnano in un numero sempre più consistente la voce di Joe Newman, fino ad arrivare al punto che durante l’esecuzione di ‘Matilda’ il cantante si zittisce per qualche secondo lasciandogli l’onore di un ‘This is from Matilda’, dimostrando in tal modo notevole personalità e sicurezza. Dopo una ‘Bloodflood’ quasi soporifera, in quanto rallentata e diluita rispetto alla versione studio già di per sé molto soft, ci avviamo alla conclusione del set “regolare” con ‘Breezeblocks’, il brano musicalmente migliore del lotto. Arrivato verso la fine di questo brano, che contiene un ripetuto coro in cui si ripete “Please don’t go, I love you so”, Joe si lancia in un ‘Please don’t go, I love you Rome’ con un pizzico di piaggeria che ci dimostra che la band di Leeds per quanto giovane si sa già vendere bene. Poco prima, durante ‘Ms’, in uno dei momenti di silenzio interni al brano, qualcuno dal pubblico pensa bene di bestemmiare a gran voce provocando l’ilarità di gran parte della sala e un senso di scoramento da parte di chi vi scrive. Un insensato atteggiamento da stadio ha infatti accompagnato tutto il live: forse la folla era abituata a concerti più rock e movimentati, forse gli Alt-J hanno iniziato troppo tardi e le birre bevute sono state più di quelle tollerabili, ma è stato veramente difficile godersi la musica mentre gran parte dei gentleman in platea si spendeva in battimani fuoritempo e fuori luogo, chiacchiericcio da tea time e urla belluine. Per gli encore dei quattro componenti della band ne rientrano solo due, cantante e pianista, che ci deliziano con ‘Hand-Made’, ghost track del loro album e brano che richiama alla memoria i Mumford & Sons così tanto da sembrare una cover. Suonata l’ultima nota vengono raggiunti sul palco dagli altri due membri con i quali eseguono una ‘Taro’ che nella sua dimensione live fa sfigurare quella studio. Verso la metà però possiamo finalmente “apprezzare” una stonatura del cantante, segno che siamo davanti ad una band di umani e non di robot senza margine di errore. Appurato questo, l’applauso finale ci viene ancora più dal cuore.

Andrea Lucarini