All Tomorrow’s Parties @ Butlins Holiday Resort [Minehead, 5/Dicembre/2010]

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Inizio la giornata subendo un attacco di un gabbiano, probabilmente attirato dal mio sandwich al formaggio. Sbaglia la mira e si infrange contro la mira birra Stella facendomene perdere una notevole quantità. Maledetto gabbiano! (“Fichissimo Chris! Sembrava una scena hitchcockiana! Troppo esilerante!”). Oggi c’è un cambio di programma e i GI!BE suonano alle 12:30 invece che alle15:15. Quando arrivo al Centre Stage la situazione è tranquilla, probabilmente molti sono ancora a dormire o a riprendersi da una nottata alcolica. Quando partono i visuals ed attaccano con ‘Dead Flag Blues’ è evidente che i canadesi non si sono limitati a fare il compitino per una semplice e lucrosa reunion. Fortunatamente la scaletta cambia di giorno in giorno, così i fortunati che li vedranno per più di un concerto assisteranno a qualcosa di differente. Onore a loro per una decisione che poi così ovvia non è. Nella fattispecie oggi c’è un ambiente particolarmente rilassato sia sopra che sotto il palco ed ognuno si gode il set in santa pace, alcuni sdraiati sulla moquette maleodorante, altri assorbiti a guardare i visuals e taluni in completa trance. A metà concerto poi un uno due  maestoso con il crescendo inarrestabile di ‘World Police And Friendly Fire’ e l’ossessività esotica di ‘Albanian’. A mezz’oretta dalla fine decido a malincuore di lasciarli per dirigermi verso altre sonorità ed ovviamente sbaglio alla grande. Se avete la possibilità non perdeteli! (5/5)

Stamattina io e Lolla decidiamo di fare un giro sulla spiaggia. E’ una bellissima giornata di sole anche se il freddo è sfacciatamente fastidioso. Lasciamo Chris e Valentina in camera e dopo un ottimo caffè ci mettiamo in marcia. Di fronte ai nostri occhi si presentano circa due o forse tre chilometri di secca. Un paesaggio che avevo avuto l’opportunità di vedere anche in Cornovaglia. Uno skyline unico ed estremamente affascinante. Sembra di camminare sulle acque ed è talmente piacevole che percorriamo parecchi chilometri. Ci dirigiamo verso il porto incuriositi dalle imbarcazioni poggiate e arenate sulla sabbia. Il mare a riposo svela boe, merluzzi presi alla sprovvista dalla secca e pezzi di imbarcazioni leggere. Verranno riconsegnate agli abissi verso le 18 del pomeriggio, dopo che la marea risalirà sino al lungo pontile che la separa dalle abitazioni.

Rientriamo al Reds Stage in tempo per vedere i Yomul Yuk, duo (chitarra + batteria) psichedelico che ci convice molto specie per quei tratti sonori riflessivi che si involano molto spesso in percussive ed ipnotiche melodie ovattate. In alcuni istanti sembra di sentire i PIL di ‘Flowers Of Romance’ al netto chiaramente della voce al vetriolo di Lydon. (3/5)

Di ritorno al Centre Stage trovo già sul palco i Mahjongg, quartetto di Chicaco dalle mille sfumature, e mi ricongiungo ad Andrea e al resto della ciurma. Non li conoscevo affatto  se non per averne letto distrattamente qua e là. Gruppo dalle mille sfumature che incorpora efficacemente elementi dance-punk, indie, industrial, sonorità sfacciate anni 80 e molto altro ancora. Un miscuglio del genere normalmente mi avrebbe fatto scappare in nemmeno 10 minuti, loro invece mi inchiodano per tutta la durata del set con un’urgenza encomiabile ed una capacità di gestire mille idee differenti in modo fluido e coinvolgente. Avessero suonato di notte il Centre Stage si sarebbe trasformato in una discoteca. (4/5)

Il supergruppo Rangda invece mi delude e non me l’aspettavo affatto. Ben Chasny, Richard Bishop e Chris Corsano sono indubbiamente degli ottimi musicisti, ma il loro rock psichedelico lascia un po’ indifferenti. A parte pochissime eccezioni dove la forma canzone prevale, il resto del set è slegato e si ha la sensazione che i tre vadano ognuno per la propria strada. Dopo mezz’ora non ce la faccio più e me ne vado. A parer mio la delusione del festival, anche se in giro ho sentito pareri più che positivi. (2/5)

Dopo l’ennesima razione di junk food sono nuovamente pronto per i Neurosis. C’è più gente rispetto al giorno precedente e pare anche più attesa. Il set odierno è molto meno diretto, più pacato (per quanto pacati possano essere i Neurosis) e sperimentale. Sembrano girare a regimi d’intensità leggermente più bassi e pure loro sono un pizzico più statici (notte alcolica pure per loro?). Hanno comunque una discografica talmente perfetta e sconfinata che possono permettersi di suonare quello che vogliono e il risultato sarà sempre eccelso. Con ‘Through Silver In Blood’ assestano l’ennesima spallata vincente e chiudono il cerchio. Non rimane che attendere il nuovo album e la prossima calata europea. Invincibili. (5/5)

Ormai stanchissimi ci appoggiamo sul tavolo di un merchandise quasi deserto e guardiamo distrattamente Weird Al Yankovic. Famosissimo nel nord America giunge per la prima volta in Europa. Un mix demente di cover improbabili (Backstreet Boys, Green Day, Michael Jackson…) e sketch televisivi altrettanto idioti. Accanto a noi ci sono gli Emeralds che se la ridono di gusto e che probabilmente colgono maggiormente il senso della performance rispetto a noi italofoni. Io gli avrei dato i classici quindici minuti di fama, ma il canadese si è preso un set da oltre 2 ore. E per me rimane un mistero. (1/5)

Verso le 20.00, mollo Chris e mi dirigo verso il Reds Stage per assistere a Keiji Haino. C’è una piccola fila all’ingresso che attende che le porte vengano aperte. E’ strano visto che i cambio palco vengono fatti velocemente e senza buttar fuori le persone. Sbircio tra le vetrate e noto che sul palco è sistemata una lunga fila di amplificatori Fender. Dopo circa una mezzora ci fanno entrare e subito si palesa sul palco il giapponese che sembra appena uscito dalla Factory di Warhol. Non molto alto, vestito in pelle come se gli fosse stata cucita addosso e con lunghi capelli brizzolati, smanetta con i suo venti/trenta pedali creando dei loop vorticosi su cui canta, grida con una voce oserei dire “femminile”: una Diamanda Galas nel corpo minuto di un nipponico di circa 58 anni. Pezzo dopo pezzo sferra schitarrate psichedeliche e minimali. C’è molta improvvisazione nel suo sound e soprattutto molta esperienza che ci lasciano comunque interessati per l’ottima esecuzione. (3/5)

Ritrovo gli Emeralds ed Andrea al Reds Stage. Curioso di constatare se l’ottima critica corrisponde al vero mi piazzo per una volta in posizione privilegiata. Il concerto si apre con un nuovo pezzo dedicato allo scomparso Peter Christopherson, buone le intenzioni ma il pezzo scivola via troppo lentamente senza lasciare traccia tra i tanti presenti. Inizio a pensare che sono l’ennesima fregatura spinta oltremodo dalla stampa ed invece lentamente ti entrano nelle viscere con una sorta di ambient che cresce subdolamente. Un sovrapporsi di loop infiniti ed arpeggi di chitarra che creano un suono unico e particolarissimo. Strano a dirsi ma la band sembra talmente in botta, che paradossalmente sembra di assistere ad un concerto dei Prodigy. Incatalogabili. (4/5)

Che dire di Boban I Marko Markovic Orchestra se non di un’ondata gitana nella fredda Minehead!? Anche il freddo Chris è quasi divertito (!!!). Dopo i NoMeansNo, sono certamente quelli che più scaldano gli animi del pubblico dell’ATP. Nel 2002 anche Marko Markovic (ottimo trombettista) è entrato a far parte della band. Resi celebri dalla famosissima ‘Kalashnikov’ (“Undergrund”, 1995, Emir Kusturica), che ovviamente eseguono nel finale, fanno saltellare anche i più ingessati celtici. Ripercorrono tutto il repertorio e addirittura eseguono, a gran richiesta, un bis. Un po’ ruffiani, ma certamente simpatici. (2/5)

Calano le tenebre e tra drappeggi, lanterne a gas e fumo a go go si presentano i Wolves In The Throne Room. Altro gruppo osannato dalla critica per il loro black metal evoluto che strizza l’occhio al post-rock. A questo giro manca il bassista e un po’ di pienezza nel suono. Iniziano un po’ così, tambureggiando a più non posso tra l’ilarità generale di un pubblico abituato a suoni più tranquilli. Si salvano verso la fine piazzando i pezzi più atmosferici e dilatati. Dovrebbero decidersi a portare in tour la voce femminile che spesso si sente sui loro dischi. Risulterebbero un po’ meno spossanti ampliando il loro raggio d’azione. (3/5)

Seguiamo tutti assieme gli ultimi artisti della serata: Deerhoof e Daniel Higgs (che era in programma venerdì 3/12 ma che è stato spostato a causa dell’annullamento del suo volo per maltempo) al Centre Stage. Siamo stanchi e ci defiliamo verso gli ultimi posti, seduti su quattro sgabelli ad intenti a sorseggiare un paio di pinte. Nulla da aggiungere a quanto già si conosce della band californiana. Un’ottima Satomi Matsuzaki ruba lo sguardo di tutti noi. E’ minuta più di quanto pensassi, ma ha carica e grinta. La stessa energia di Sauner, ottimo batterista, che però si perde un po’ troppo spesso. E quando un batterista sbaglia, il danno è evidente. (2/5)

Daniel Higgs, dal canto suo, chiude degnamente la serata con una serie di ballate, anche folk, e ci consente di uscire dalle note grigie e fosche suonate dalla gran parte delle band selezionate dai Godspeed You! Black Emperor. Un po’ di luce, dicevo, e qualche fiore come quelli di legno posti ai lati del suo sgabello. E pensare che il dannato Daniel, che ora sembra l’ultimo dei beatnik rimasti in vita, militava nella band posthardcore Lungfish prodotta dalla Dischord Records. (3/5)

Una tre giorni intensa con diverse esibizioni da urlo, qualche mestierante che si limita a fare il suo ed in generale poche delusioni. L’ATP è un festival con una formula davvero perfetta, una location particolarissima ed un’organizzazione encomiabile. Un festival a misura d’uomo dove è facile imbattersi in gruppi che difficilmente passerebbero dalla bistrattata Italia. Date un’occhio al sito ufficiale e tenete d’occhio i prossimi appuntamenti. Potreste trovare qualcosa di allettante, oltre che, fosre, me e Chris!

Chris Bamert & Andrea Rocca