All Tomorrow’s Parties @ Butlins Holiday Resort [Minehead, 4/Dicembre/2010]

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La giornata odierna del festival si preannuncia fittissima. Ci alziamo con un discreto hangover che uccidiamo nella piscina coperta del resort. Tra piscina con le onde, correnti in stile Rio delle Amazzoni e scivoli più o meno veloci torniamo bambini e pure puliti. Freschi come rose ci dirigiamo verso il Centre Stage dove si apprestano a suonare i Bardo Pond. Gruppo che per un motivo o per l’altro non ho mai seguito, se non per qualche traccia sentita qua e là. Beh… è stato decisamente un grosso errore. Un’esibizione di space rock esaltante e diretta che non alza mai in modo eccessivo il muro di feedback. Nonostante la band sia piuttosto statica il loro magnetismo è fortissimo e coinvolgono fino all’ultimo secondo (l’imminente nuovo album è assolutamente magnifico, ndr), tanto che verranno richiamati per un bis. Cosa rara per un festival. (4/5)

Visto che gli altri mi abbandonano per un fish & chips in paese, nella breve pausa che segue ordino due pinte di birra per entrare nel mood dei Dead C, storica band nata nel 1987. Il trio neozelandese suona poco al di fuori dei confini, ma devo dire che sono particolarmente devastanti. Forse anche perché mi piazzo esattamente davanti alle casse e le mie birre vibrano paurosamente. Difficile concepire tanto rumore con solo due chitarre e batteria. Nel loro suono c’è un po’ di tutto: tanto noise, accenni di post-rock/drone, psichedelia e qualcosa di non ben identificato che mi fa anche pensare ad un gruppo come i Girls Against  Boys. Gruppo che mi torna anche in mente le poche volte che uno dei due chitarristi si mette a cantare. Fatto sta che dopo quasi un’ora i miei timpani sono saltati come dei fusibili. (4/5)

Sugli ultimi pezzi dei Dead C, mi sposto rapidamente verso il Pavillon Stage e lascio Chris con le sue birre tremolanti in mano, è giunta l’ora di Mike Watt & The Missingmen ossia dell’ex di un mucchio di band (Minutemen, dos, fIREHOSE, Stooges durante la reunion). È accompagnato in stile Gong. Dopo qualche pezzo mi accorgo immediatamente che non c’è molto da scherzare con loro. Ottimi musicisti, un po’ stucchevoli però verso la fine. Una attenzione maniacale all’esecuzione che lascia poco spazio allo spettacolo che avremmo voluto vedere, un po’ come se stessero suonando in una sala prove anziché sul palco più grande dell’ATP festival. (3/5)

Mentre Andrea si succhia Mike Watt prima dei tanto attesi Tindersticks (fosse stato per lui probabilmente si guardava anche tutto il soundcheck), per ammazzare il tempo pre Neurosis decido di concedermi il secondo hot dog della tre giorni, probabilmente le pillole che danno agli astronauti per cibarsi sono più naturali. Fatto sta che me lo godo immensamente. Neurosis che suonano sempre meno, se non erro questo sarà il primo concerto del 2010, gli altri 4 saranno sempre all’ATP il giorno seguente, a Londra e due a Seattle. That’s it! Quando attaccano con ‘Through Silver In Blood’ è subito una carneficina tra headbanging furioso e corna al cielo. Loro sono più in forma che mai e dimostrano una voglia di suonare fuori dal comune, tanto che talvolta mi preoccupo per la loro salute mentale e fisica. Quando chiudono il pezzo con l’entrata delle due percussioni hanno già vinto. Inutile dilungarsi troppo, ma il loro live è semplicemente ad un livello d’intensità talmente oltre rispetto a tutto e tutti che pare di trovarsi al cospetto di una divinità. Sensazione che viene accentuata dagli ottimi visuals proposti. Il set di oggi, eccetto la fantastica ‘Stones From The Sky’, punta tutto sulla furia cieca e non concede praticamente tregua. Dopo quasi 100 minuti di musica pesante e pensante è il tripudio più totale e loro se ne vanno come se avessero vinto un’altra guerra. Io intanto mi riprometto che il giorno seguente sarò sempre lì. (5/5)

Ha ragione Chris riguardo ai Tindersticks: se non fosse stato per lui che mi strappava dalle transenne mi sarei ingurgitato anche il soundcheck. Eccoli finalmente, salgono sul palco intorno alle 20. Vedere tutta quella strumentazione su di un palco, anche molto singolare (come il metronomo utilizzato in uno dei pezzi) è cosa rara. C’è molta poesia in quegli strumenti e l’atmosfera creata delle lucine a mo’ di stelle piazzate in sfondo e alternate a tonalità violacee, blu notte e rosso porpora creano uno sfondo ottimo su cui Stuart Staples recita le sue ballate. C’è poca gente e secondo me, molte persone sono li solo per semplice curiosità. Si sentono pochi cori, ma gli applausi sono assordanti dopo l’esecuzione di ‘Nectar’, ‘Tyed’ e ‘Blood’ tratti dal primo album e credo universalmente giudicabili come pietre miliari del new-romantic rock. L’esecuzione è perfetta e evidenza un’enorme preparazione in studio che vale, secondo me, il 25% del costo del biglietto di ingresso al festival. (5/5)

Mentre tutti si mettono nuovamente in fila per assistere ai GY!BE ed Andrea è totalmente ipnotizzato dai Tindersticks mi dirigo verso il Crazy Horse, ormai seconda casa per gli Oneida visto che ci stanno suonando da più di otto ore! Quando arrivo stanno jammando con qualcuno che non riconosco. La situazione è particolarmente rilassata: bevono, scherzano e ogni tanto qualcuno se ne va a farsi una pisciata o se ne va proprio. Dopo un po’ arrivano i White Hills con a capo l’esagerata bassista (decisamente intrigante col suo look glam). Montano tutto ed attaccano due lunghe suite psichedeliche. In sostanza una sorta di desert session che dura all’incirca un’ora. Nell’aria si sente il miscuglio di birre e super alcolici che fomentano, almeno nelle prime file, un pubblico piuttosto caldo quanto basta. (3/5)

Lasciamo gli Oneida alla loro ultima ora e ci spostiamo in direzione Reds per NoMeansNo e The Oh Sees. Fuori dal Reds una donnona prova ad attacar bottone ed io mi limito a rispondere a monosillabi. Tempo 30 secondi capisce che non è aria e se ne torna dal suo gruppetto. Ed ecco i NoMeansNo! I tre brizzolatissimi canadesi fanno il soundcheck qualche minuto prima di iniziare. Avete presente tre fanciulli nei corpi di altrettanti adulti di mezza età? Se si, allora avete incontrato i NoMeansNo da qualche parte. Durante il concerto Rob Wright ci regala qualche smorfia che riesco anche ad immortalare, mentre il fratello John violenta la batteria con una velocità inaudita. Neanche a dirlo, è certamente ‘It’s Catching Up’ il pezzo che manda in visibilio il pubblico più di quanto già fosse. Finalmente pogo e surfin’ all’ATP, finalmente uno scossone punk-hardcore che mi inietta adrenalina pura e mi risuscita dal dolce torpore indotta da Staples & Co. (5/5)

Ormai siamo tutti stravolti, sono quasi le 2 del mattino e i timpani di tutti sono ormai al limite. Probabilmente solo le birre ci tengono in piedi. Quando gli Thee Oh Sees sono pronti a cominciare non c’è praticamente nessuno, poi d’incanto il locale si riempie alla velocità della luce. La band si lancia nel loro set garage a perdifiato. Chitarrista cantante con chitarra in posizione ascellare che più ascellare non si può, sezione ritmica precisa e tambureggiante e la tizia che vabbeh… diciamo che se fossero un trio cambierebbe poco. Comunque sia sono stati il gruppo più adrenalinico dell’intero festival spremendo le ultime forze residue a tutti i presenti. Accenni di crowd surfing, occhi increduli del batterista che probabilmente tanto calore non se l’aspettava e soprattutto una canzone più bella dell’altra. Tutte da cantare e ballare in un’allegra orgia alcolica. Visto l’entusiasmo dei presenti almeno nel Regno Unito sembrano essere in rampa di lancio verso un successo di una discreta portata. Il resto d’Europa probabilmente seguirà a ruota. (5/5)

Chris Bamert & Andrea Rocca

[FINE II PARTE]