All Tomorrow's Parties @ Butlins Holiday Resort [Minehead, 3/Dicembre/2010]

653

Il giorno della partenza c’è un po’ di preoccupazione a causa del maltempo in tutta Europa, arriveremo a destinazione o rimarremo a leccarci le ferite? Ad Orio al Serio il nostro volo è confermato, anche se con 40 minuti di ritardo. Il boarding è estenuante e Andrea fa in tempo a fumarsi qualche sigaretta di sforo nei gabinetti gelidi del terminal Ryanair. Stretti come sardine si vola male tra un annuncio e l’altro. Come ciliegina sulla torta a Stansted aspettiamo quasi mezz’ora prima che qualcuno venga ad aprire le porte dell’aereo. Ma siamo a Londra ed è l’unica cosa che conta. Prendiamo una Vauxhall a nolo e praticamente costringo Andrea a guidare tutto il viaggio, alle rotonde chiudo gli occhi ma tutto fila liscio. Dopo circa 2 ore e mezza di macchina al buio, con nebbia e neve ad aumentare il livello di difficoltà alla guida, ci fermiamo a dormire in un ostello vicino a Stonehenge. Il mio prode compagno russa come se fosse ad un concerto degli Einstürzende Neubauten, io e le donzelle quasi non dormiamo (“Beh, Chris, a quanto pare su questa vicenda ci sono forti interrogativi… ma ok, conosco i miei limiti!”). Sveglia, colazione veloce e qualche foto in uno dei posti più sperduti dell’intera Inghilterra. Ci perdiamo un po’ per arrivare a Stonehenge, ma la possibilità di scattare qualche foto in posa black metal davanti a questo monumento era davvero troppo grande, tanto più se una turista giapponese ridendo ci rivolge un fantastico “cuurazzzyy!”. In prossimità di Minehead, tra pecore, maiali, cavalli e qualche mucca, ci fermiamo a fare un po’ di scorta in un supermercato e a berci una birra in un pub. Poi si arriva sul lungomare di Minehead, dove tira un vento gelido, velocissimo check-in ed entriamo in possesso della nostra cameretta con in mano il fantastico libricino con la programmazione. L‘ATP è il festival dei sogni di qualsiasi patito musicale. Ogni edizione del festival è curato da una band importante che ha il compito di curarne la programmazione musicale, cinematografica, televisiva e pure letteraria. Ci troviamo in un centro vacanze con piscina coperta, campi da gioco vari, cinema, pub, punti ristoro, sala giochi, supermarket e quant’altro. I palchi sono 4: il Centre Stage, il Reds, il Pavillion e il Crazy Horse. La maggior distanza, se così si può dire, da percorrere a piedi è quella tra il Crazy Horse e il Reds: circa 3 minuti! Una vera pacchia, una goduria in confronto alle maratone che si devono fare a Roskilde, Glastonbury, Reading, Budapest, etc.. Dopo una rapida lettura del libricino contenete tutte le informazioni sulle band, stendiamo la nostra short list per la prima intensa giornata della manifestazione.

Alle 16 attaccano i Dreamcatcher, ma noi siamo ancora a rifocillarci e così li perdiamo. Non li conosciamo affatto ma al banchetto del merchandising avevano dei dischetti particolarmente curati dal punto di vista grafico. Il timing del festival non ha ritardi e alle 17 si presenta puntuale sul paco del Reds Josephine Foster, folk singer americana armata di chitarra acustica e armonica. Ci lascia indifferenti e purtroppo causa la sua esigua strumentazione è penalizzata dal chiacchiericcio generale in sala. Farla suonare in uno dei pub forse sarebbe stata la soluzione ideale, così dopo 3-4 pezzi ce ne andiamo verso altri lidi. (2/5)

Al Centre Stage siamo incuriositi dal trio newyorkese Growing. Peccano di presenza scenica, ma il loro sound iper effettato è un sovrapporsi di suoni avvolgenti e ipnotici. L’acustica è perfetta in ogni angolo della sala ed i visuals semplici ma ossessivi al punto giusto per creare uno stato di piacevole dormiveglia. Con un set in crescendo riescono a mantenere alta la concentrazione dei presenti e risultano anche un po’ meno ostici rispetto a quanto sentito su disco. (3/5)

Nel frattempo, suonano il duo The Berg Sans Nipple al Pavillon Stage (foto). Fresca di reunion, è la prima ed unica band per oggi a cavalcare il palco più grosso dell’ATP festival. Mai sentiti ma risultano immediatamente gradevoli per i loro repentini cambiamenti di stile che vanno da composizioni psycho ed electro-prog a pezzi più dance. (3/5)

Tempo per l’ennesima birra e siamo pronti per i Black Dice. Rispetto a Roskilde la loro è un’esibizione meno diretta e facile. Sempre bombastici, ma più frazionati e caotici. Non risparmiano una goccia di sudore mostrando un’urgenza fuori dal comune. La gente si dimena e dimostra di gradire. Noi con loro. (4/5)

Causa la forzata assenza dei Throbbing Gristle prima e degli X-TG poi, nella programmazione del festival sia crea un buco che occupiamo con junk food e birre. Normale amministrazione da festival. Ci apprestiamo a raggiungere il Centre Stage per il concerto più atteso dell’intera tre giorni e ci accorgiamo che la fila per i Godspeed You! Black Emperor é enorme. La mia indole svizzera mi spinge a mettermi regolarmente in fila, ma poi mi faccio convincere dalla combriccola italica a scavalcare diverse centinaia di persone fischiettando con noncuranza. All’interno la tensione si taglia con il coltello e gli spazi vuoti vanno via via scemando. Noi ci piazziamo in zona mixer, dove trovano collocazione 4 proiettori analogici. Nonostante il palco sia bello grosso si limitano ad usarne giusto l’indispensabile, ma d’altronde hanno sempre mantenuto un basso profilo suonando in piccoli club. Manca purtroppo la violoncellista ma da questa reunion probabilmente non si poteva avere tutto. Con l’attacco di ‘Storm’ finisce una lunga attesa e tra i presenti cala di colpo il silenzio, tutti pronti a gustarsi ogni istante di questa esibizione. In pratica un lungo viaggio attraverso gli infiniti paesaggi del Nord America. Un lungo viaggio in cui gli stati d’animo cambiano continuamente e vengono perfettamente messi in film dalle immagini proiettate su schermo. Un lavoro di maniacale precisione svolto da chi armeggia con un centinaio di pellicole e accompagna la staticità religiosa del gruppo canadese. Come un tempo qualcuno talvolta se ne va, quasi nove anni fa doveva passare tutta la folla del Tunnel di Milano per andare in gabinetto, ora basta fare pochi passi per raggiungere il backstage. L’unica differenza forse sta tutta qua, si é creata una sottile linea di confine che separa la band dal pubblico (“Beh Chris, hai ragione ma cazzo fare le foto non era comunque pensabile data la calca sotto il palco e poi il Tunnel, ammettiamolo, è 1/3 rispetto al Centre Stage!”). E’ comunque un’esperienza collettiva che con il passare degli anni si è trasformata in personale. Forse sono solo gli anni ad averci cambiati tutti. Le aspettative vengono comunque mantenute e le due ore di concerto sono a dir poco maestose. Anche se probabilmente per poco, bentornati. (5/5)

Nel frattempo giunge l’annuncio che Daniel Higgs è bloccato in un non precisato aeroporto e quindi Tim Hecker viene anticipato di un’ora. Canadese, dal 1996 propone un proprio e particolarissimo sound incentrato su noise e dissonanze elettroniche. Siamo un po’ stancucci tutti e quattro, specie io. Ma decido comunque di seguirlo rannicchiato su di un metro quadro di moquette sulle note minimal techno di Hecker (3/5), mentre Chris e le altre si godono la chiusura della prima giornata da tutt’altra parte del Centre Stage, probabilmente in compagnia di una fresca pinta di birra.

[FINE I PARTE]

Chris Bamert & Andrea Rocca