All Points East Festival @ Victoria Park [Londra 25/Maggio/2019]

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La gioia di trovarmi qui oggi e l’amarezza perché in Italia non vedrò mai nulla di simile. Quest’altalena emotiva è la prima sensazione che ho provato varcando l’entrata di Victoria Park, a Londra, mentre osservo la giostra posizionata a qualche centinaio di metri dal North Stage, dove i Nude Party stanno chiudendo il loro set intorno alle 14 passate. Che poi, me ne rendo conto, “il problema sono io” e con me tutta quella (ahimè) nicchia che musicalmente non sente l’esigenza di accordarsi ad un trend mosso dall’hype, per non dire un gregge che si fa dire da una playlist di Spotify cosa è fico e cosa no. Più si esce e più pesa l’idea di vivere in un paese culturalmente indietro su tutto, salvo rare, piccole o sporadiche eccezioni che comunque sono costrette a fare i conti con l’ignoranza dilagante e con una quantità di fruitori limitata, che si accontenta di prodotti scadenti, ripetitivi e dozzinali, almeno tra la maggior parte di quelli che fanno i fantomatici “numeri”. E’ abbastanza emblematico il fatto che mentre a Londra vada in scena la crème de la crème della scena indie rock mondiale a cavallo tra anni 80/90 e contemporaneità, in Italia tutta l’attenzione sia attorno al festival della presunta “musica importante” (!) a Milano. Contenti loro, sicuramente avranno mangiato meglio e speso meno, ma del resto all’italianetto medio importa di questo e di essere convinto di stare nella situazione spacciata come “the place to be”.

Noi qui ci facciamo le pippe mentali (io per primo me le sono fatte) sul fatto che il rock sia morto o in stato vegetativo, o se l’esplosione di rap e trap nella cultura pop segni un ineluttabile e generazionale passaggio del testimone, eccetera eccetera, poi però basta venire a Londra per vedere che non è morto nessuno, ma che tutto coesiste e c’è spazio per qualsiasi cosa. Pure troppo, perché poi di fronte a tutta l’offerta artistica, enorme ed interessantissima, di questo festival, la tattica sul chi vedere, quanto, quando e dove, rende inevitabili anche scelte dolorose su cosa dover “mollare” per cause di forza maggiore. Non me ne voglia chi legge, ma chi vi scrive ne ha “saltati” diversi (molti recuperabili in altri contesti, alcuni anche in Italia), tipo Courtney Barnett, suo malgrado in contemporanea con Johnny Marr, oppure i Parquet Courts, per non parlare di Jarvis Cocker, ma andiamo in ordine cronologico.

I primi che intercetto sono i Nude Party, interessanti ma che riesco ad ascoltare per troppo poco tempo e da troppo lontano per poter analizzare e raccontare adeguatamente, anche perché con sei palchi a disposizione era anche necessario farsi un’idea della planimetria del posto e la disposizione dei vari stage. Angie McMahon è la prima artista che riesco ad ascoltare e vedere come si conviene. Devo dire che, nonostante non sia nulla di particolarmente sconvolgente, si lascia ascoltare che è un piacere. Ci troviamo al West Stage, un grande tendone che offre anche quella giusta dose di sollievo che ci voleva tra le 14 e le 15 dato che, strano a dirsi trovandosi a Londra, c’è addirittura il sole e fa caldo. Lo stile della cantautrice australiana ha un “colore” folk-rock molto evocativo, bella voce e melodie familiari, tipiche di chi si percepisce che abbia masticato parecchio Neil Young nel percorso che l’ha ispirata. Valida. Finita lei corro all’East Stage, il palco principale, dove ci sono i Viagra Boys, una delle band che ero più curioso di vedere e che non tradisce affatto le aspettative. Stilisticamente difficili da collocare, il loro è un punk d’avanguardia che convive con un sapore vagamente retrò, celato sotto le mentite spoglie di un look moderno e trasandato. Premetto che considero i paragoni tra band il nuovo male del giornalismo musicale, ma se proprio mi trovassi con una pistola puntata alla testa costretto a fare un accostamento direi che mi ricordano un mix malato tra Birthday Party con un pizzico di Sleaford Mods in mezzo. La formazione esce con un sound compatto, esaltato dal frontman Sebastian Murphy che fa sembrare il loro singolone ‘Sports’ già un inno. Promossi a pieni voti.

Sullo stesso palco poco dopo sarebbero arrivati Amyl & The Sniffers, ma li ho saltati perché, grazie alla preziosa dritta di un amico ben introdotto nella local scene, li avevo visti la notte prima in un warehouse party che di fatto è stato una sorta di happening DIY punk d’altri tempi, in una zona decentrata della città. Un contesto più ristretto, sporco e quindi “adatto” al genere (un loft open space tramutatosi in una venue genuinamente marcia) per godermi tutta la loro splendida foga distruttiva, con la frontwoman Amy Taylor mattatrice assoluta, dotata di una verve incredibile che sono abbastanza sicuro avrà reso alla grande anche su un palco più grande. Questo almeno lo ipotizzo sulla fiducia dato che, a dirla tutta, la notte prima avevano suonato in un contesto delirante dentro questo magazzino in cui si riparano biciclette, trasformato in abitazione in cui le band di fatto erano state messe a suonare in cucina, ma questa è un’altra storia. Ruggenti. Approfitto quindi per tornare nuovamente alla West Arena, dove hanno già iniziato da una decina di minuti i Temples, band che figura già da qualche anno tra i fiori all’occhiello della nuova scena psichedelica inglese e che, da appassionato del genere, ero davvero curioso di testare dal vivo. L’impressione che mi lasciano è positivissima, sebbene debba ammettere che dal momento in cui sono arrivato hanno eseguito solamente pezzi del primo dei loro due dischi, ovvero ’Sun Structures’, che ha un sound molto più 60’s e chitarroso rispetto al successore ‘Volcano’, caratterizzato invece dalla forte influenza dei Tame Impala più recenti, quindi con largo utilizzo di tastiera e falsetti. La resa live, come prevedibile, supera quindi abbondantemente quella del disco. Supportati anche da una foltissima porzione di pubblico che gli ha dedicato una visita durante il loro set. Romantici.

Finiti i Temples metto il turbo e torno di corsa al North Stage perché ci sono i Fat White Family che hanno già iniziato da un quarto d’ora e se vi capiterà di vederli capirete il perché di tanta fretta. La band britannica conferma tutte le buone cose che si stanno dicendo ultimamente su di loro a seguito dell’uscita dell’ultima fatica in studio, ‘Serfs Up!’, lavoro ben fatto, tanto ricco di spunti quanto privo di punti di riferimento. Approccio e sonorità che non definirei “facili”, ma grazie al cielo esiste ancora gente che non va sul sicuro, ma “osa” e che è supportata dalla propria etichetta, nella fattispecie la Domino Recording Company, che sta puntando giustamente molto su di loro. Ho modo di constatare che possiamo dare un paio di dati ufficiali, che il sax sia prepotentemente tornato in voga (ce l’avevano anche i Viagra Boys tra l’altro) insieme al taglio di capelli anni 80 meglio noto come “mullet”, ma anche questa è un’altra storia. Dal momento in cui prima per definire i Viagra Boys mi sono praticamente autoviolentato, spero che chi sta leggendo non me ne vorrà se non mi soffermerò troppo a cercare di inquadrare lo stile dei Fat White Family, molto difficile, vario e che rende oltremodo obsolete e superate anche le ordinarie definizioni di genere. Davvero, perdonatemi ma anche con i paragoni è dura, perché non credo abbia senso dire qualcosa tipo “allora, prendete i Clinic, poi Mac De Marco, quindi gli Arcade Fire, metteteli in un frullatore e vedete un po’ cosa esce fuori”, siamo d’accordo? Quello che posso dire è che, nonostante la proposta musicale non sia certo facile, i Fat White Family escono in maniera molto efficace, proponendo trame sonore avvincenti scandite da ritmiche coinvolgenti. Insomma vincono e convincono, con una performance che esalta i tanti che si sono ammassati sotto al loro palco, impreziosita dalla partecipazione di Baxter Dury per l’ultimo brano ‘Tastes good with the money’. Del resto i festival da questo punto di vista sanno essere degli inappuntabili termometri per quanto riguarda il gradimento effettivo per un artista o una band da parte del pubblico, valutando quanti arrivano e poi effettivamente restano ad ascoltare un set nel momento in cui si è circondati da tante alternative sui palchi adiacenti.

A questo punto succedono una serie di cose, fondamentalmente etichettabili come dinamiche da vita reale in un festival, che si traducono in minuti che passano e decisioni da prendere, quindi succede che mentre aspetto il mio amico in fila al bar per prendere una birra, sul North Stage sale Anna Calvi. Ecco, il “problema” di natura puramente personale, è che chi sta scrivendo Anna Calvi l’ha vista già quattro volte e pure intervistata, senza contare che l’artista inglese tornerà in tour in Italia anche quest’estate. Il cervello suggerirebbe di dare una chance ai Parquet Courts, che su disco sono carini e magari live potrebbero convincermi del tutto. Il cuore però non vuole saperne di schiodarsi da lì. Allora penso “Ok, faccio metà set di Anna e metà dei Parquet.”… ma andarsene non è facile (cit.) e finisce che il braccio di ferro viene vinto dal cuore, dal momento in cui il finale di scaletta della Calvi è semplicemente magnetico, come lei, una sirena (tipo quelle dell’Odissea, per intenderci) sempre più padrona del palco ed almeno per me è risultato impossibile girare i tacchi ed allontanarmi. Spiace per i Parquet Courts, ma sarà per un’altra volta. Dominatrice. A quel punto sono saltati gli schemi, l’orologio segna le 18:10 e nel West Stage sta iniziando Jarvis Cocker, mentre all’East sta per iniziare Johnny Marr e per non farsi mancare nulla allo stage Jagerhaus ci sono gli Psychedelic Porn Crumpets, frizzantina band australiana che seguo da un po’. Vorrei premiare loro, che per chi non li conoscesse a volte ricordano i connazionali King Gizzard & The Lizard Wizard coi quali non reggerebbero il confronto, ma questo non significa che non gli si possa concedere una possibilità. Il problema però è che il palco Jagerhaus è una specie di casetta di legno al chiuso, con conseguente capienza limitata ed una fila per entrare che scorre man mano che esce gente. Considerando la lunghezza della suddetta fila immagino che il dj-set dei Flamingods (che anticipava gli Psychedelic Porn Crumpets) abbia riempito come un uovo la mini-venue. Peccato tra l’altro che i Flamingods non fossero in assetto live, per loro in quel caso avrei potuto abbandonare anche Anna Calvi visto che il loro ultimo disco, ‘Levitation’ è una bomba. Il tempo scorre inesorabile, la fila è oggettivamente troppo grande, troppo lenta ed in ballo ora c’è anche un’altra questione importante: il piazzamento rispetto all’East Stage in vista degli headliner, che per quanto mi riguarda non è dettaglio da poco. Con buona pace di tutti opto per dirigermi verso Johnny Marr, nonostante mi dispiaccia da morire perdermi Courtney Barnett, ma l’idea di vedere The Raconteurs e The Strokes da troppo lontano non è un’opzione percorribile, quindi faccio questo sacrificio per un bene più grande. Per carità, poi ognuno ha i suoi gusti o le sue priorità, ma come si può evincere anche dal risultato del confronto tra Anna Calvi e Parquet Courts, al cuor non si comanda. Johnny Marr ha già quasi riempito lo spazio antistante l’East Stage, c’è tantissima gente (del resto l’evento era sold out quindi più passa il tempo e più sotto ad ogni palco si trovano masse di persone sempre più folte) ma le maglie fortunatamente sono abbastanza larghe, si sta comodi e si arriva agevolmente in seconda fila, un po’ laterale, ma ci può stare, proprio in corrispondenza della pila di casse rialzate. Questa mossa si sarebbe rivelata provvidenziale di lì a poco, perché l’indomani ho letto sull’evento di Facebook del festival molte lamentele sui volumi da un certo punto in poi della platea, problema fortunatamente non pervenuto al sottoscritto. Marr ha una classe invidiabile, i suoi fan sono in visibilio e lui li delizia con un sapiente mix tra i brani più recenti dal suo repertorio solista con i cavalli di battaglia più amati dalla discografia degli Smiths e degli Electronic. Tra un pezzo e l’altro lo accompagna costantemente il coro da stadio “Johnny fuckin Marr”, lui da buon charming man non si scompone troppo, ma sorride con fare amorevole e compiaciuto, portando a termine il suo set con una sempre struggente ‘There is a light that never goes out’. Imperituro.

Adesso le cose si fanno serie, si serrano i ranghi e la pressione, sia emotiva che fisica (nel senso di gente che inizia ad ammassarsi in avanti cercando di avvicinarsi il più possibile), cresce vistosamente. Come al solito quando Jack White è nei paraggi nulla è lasciato al caso, nemmeno l’outfit dei backliner, vestiti tutti con lo stesso completo che li fa assomigliare a degli scagnozzi mafiosi italo-americani degli anni 30. Ci siamo, le urla e gli strepiti riempiono l’atmosfera, salgono sul palco i Raconteurs, riunitisi dopo 10 anni di pausa. Jack White sembra già esagitato e con fare frenetico arriva davanti alle aste dei suoi due microfoni, ne prende uno e lo butta per terra. Così. Di botto. Senza senso. Tutto fa brodo, il pubblico è eccitato e quando partono con ‘Consolers of the lonely’ si decolla. Insieme ai Raconteurs, che nascevano inizialmente come un quartetto, c’è ormai in pianta stabile anche Dean Fertita (già membro di QOTSA e Dead Weather) alle tastiere e come chitarra aggiunta. Sebbene i Raconteurs siano sicuramente il progetto musicalmente meno innovativo di White, l’artista di Detroit in questo contesto è però più libero dagli oneri di unico leader, essendoci al suo fianco anche Brendan Benson ad alternarsi con lui sia alla voce che alla chitarra. Certo, è altresì vero che la presenza di Jack White sul palco è gigante e non solo perché è visibilmente ingrassato, ma proprio perché attrae inevitabilmente su di lui gli sguardi e l’attenzione anche quando non canta o non fa assoli. Lui lo sa, lo sente e lo vede, anche se sembra costantemente in trans artistica, ma la cosa non lo lascia indifferente, così dopo essersi spostato al piano per eseguire ‘You don’t understand me’ incita il pubblico con una serie domande a raffica tipo “Per voi la musica è sacra?” chiedendo di rispondere alle sue incitazioni gridando “Amen!”. Il pubblico ovviamente risponde “Amen!”. Delirio di onnipotenza? Forse. Giustificato? Certo. Perché Jack è un grosso padre e un puro, non è una gara, ma lui ha più purezza degli altri. Chiunque altro al posto suo sarebbe sembrato ridicolo, magari avrebbe strappato una risata, lui no. Lui sembrava James Brown quando fa il prete nel film dei Blues Brothers. Victoria Park vede la luce, anche se in realtà il sole sta tramontando. E’ tempo di chiudere, i nuovi pezzi dell’album in uscita dei Raconteurs, ‘Help Us Stranger’ (attesto per il 21 giugno) lasciano presagire il meglio, su ‘Bored and Razed’ la gente salta e balla anche se si tratta di un inedito, ma l’ultima ovviamente non può che essere ‘Steady as she goes’, prima che White si scagli contro la batteria di Patrick Keeler, lasciando il pubblico con più adrenalina che sangue in corpo. Performance massiccia e gonfia, di quelle che ti riconciliano con tutto, le chitarre, il rock, il blues e la musica in generale, senza bisogno di hype, mode, ascolti ironici e altre trappole per ritardati. Bentornati.

La pressione aumenta ulteriormente, l’asticella si alza, si tocca con mano, è il momento che tutti aspettano, torna in Europa per un’unica data primaverile la rock band probabilmente più rilevante ed influente degli anni 2000, gli Strokes. Ricordo quel velo di ironia sui social quando uscì la line-up di questo festival, roba tipo “bello sto 2007” o cose così. Ecco, adesso non vorrei sembrare di parte, però mettiamo le cose in chiaro: chi state leggendo stima molto la band di Julian Casablancas e soci, ma siamo tutti grandi e grossi per scindere il momento dell’affetto da quello per un giudizio oggettivo e i 5 di New York hanno dimostrato ampiamente che nel 2019 possono ancora essere headliner di un festival importante, che infatti è andato sold out con svariate settimane di anticipo. Anzi, appaiono più in forma che mai e con le idee piuttosto chiare. Il pezzo più “recente” è del 2005, non si va quindi oltre il terzo disco ‘First Impressions of Earth’, il loro apice, quello prima dello hiatus e dopo il quale nulla fu più come prima. Le tre di partenza tra l’altro sono tutte estratte da quel disco, apertura con ‘Heart in a Cage’, seguita da ‘You Only Live Once’ e poi ‘Ize of the World’. Una scelta probabilmente non casuale, sebbene la scaletta da festival sia leggermente più corta di quella presentata nelle due date (Los Angeles e Toronto) che hanno preceduto questa e nelle quali sono state suonate anche ‘One Way Trigger’ e ‘Happy Ending’ tratte da ‘Comedown Machine’ (2013), comunque due mosche bianche sopra un mare di classici e ricacci eccellenti. Tra tutte le chicche ‘On the Other Side’ è la più inattesa, poi ‘Razorblade’, ma anche ‘Under Control’, che non si sentiva da un tot. La band è serena, si diverte e si vede. I ragazzi stanno di nuovo bene insieme e sfornano una signora performance con una disinvoltura da sala prove, come se davanti a loro invece non ci fossero svariate decine di migliaia di persone fomentate oltre l’inverosimile. Julian scherza con gli altri e dice frasi senza senso al pubblico, a volte si scorda i testi, su ‘Is This It’ poi il suo microfono smette di funzionare, la band continua a suonare ed a cantarla tutta è il pubblico. Casablancas divertito si complimenta con i fan, riconoscendogli che si ricordano i testi meglio di lui. Del resto chi ama gli Strokes ama Julian anche perché è così, nessuno si aspetta da lui esibizioni perfette, anzi, i suoi svarioni sono da sempre parte integrante dello show. Anche Albert Hammond Jr, galvanizzato dall’essersi liberato dei cavi della sua stratocaster bianca grazie ad un impianto wireless, se ne va in giro per il palco tutto sorridente e durante ‘Soma’ scende a prendersi pure l’abbraccio delle prime file. Sembrano passati i tempi in cui pareva che fossero una band bollita, che andava avanti per inerzia e senza più voglia o cose da dire, non sappiamo se questo potrà essere addirittura un nuovo inizio o se si tratta solo di un degno canto del cigno, fatto sta che gli Strokes all’All Points East 2019 hanno fatto un live pazzesco, da lasciare i buchi per terra. Fine della storia. Sabato a Londra il rock’n’roll ha battuto più di un colpo ed ha detto di essere vivo e vegeto.

Niccolò Matteucci

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