Alice In Chains @ Rolling Stone [Milano, 17/Febbraio/1993]

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Mi ricordo bene quel giorno. Quel 17 febbraio di venti anni fa. Ricordo un viaggio terribile in treno, mezzo febbricitante e traballante. Dettagli. Perchè il 17 febbraio di venti anni fa vedevo per la prima e ultima volta, uno dei più grandi gruppi degli anni ’90 e probabilmente uno dei più grandi singer del “rock” contemporaneo. Con quella felpa-palandrana con tanto di cappuccio, aggrappato al microfono, ad urlare tutto il suo dolore.

Un ricordo indelebile, immortalato da una foto originale, che mesi dopo mi venne regalata da un collega. Foto in primo piano di Layne Staley, chiuso in astrazione già dalle prime canzoni, tormentato da demoni di cui non riuscì mai a liberarsi. I demoni della droga. Fila implacabile fuori dal locale milanese. Immerso in una popolazione di lungocriniti di cui anch’io faccio parte. Il gilet del mio fido compare meneghino questa volta ha lasciato spazio ad una maglietta bianca, un po’ lisa, ma adatta per calarsi nel catino infernale. La band più paranoica e allucinata del movimento flanellato. Con un nuovo album annichilente – ‘Dirt’ – uscito da qualche mese e già proiettato nelle nostre personalissime preferenze di questo primo scorcio di nuova decade. Non è un caso che la critica specializzata l’abbia accolto con estrema partecipazione.

Siamo curiosi. Quando entriamo non sembra più ancora inverno. Non riuscirò ad andare oltre qualche metro. E’ il delirio assoluto. Mi becco qualche litro di birra sui piedi. Poco male rispetto alla sequenza di gomitate nei fianchi che dovrò subire per l’intera durata del concerto. Gli Alice In Chains ora girano con il folgorante basso di Mike Inez che sostituisce per problemi “familiari” Mike Starr. Il risultato non cambia. Le luci si accendono su un telo bianco che ingigantisce le sagome dei musicisti. Le chiome di Cantrell e Inez fluttuano in sincronia, l’attacco è micidiale, è l’attacco di ‘Dam That River’… giù il telo ed ecco Staley. Occhiali scuri, giubbotto di pelle, il pubblico è in delirio. Mollo due calcioni a un paio di coglioni metallari, mentre il club è ormai un tripudio di flash. Faccio fatica ad issarmi per vedere meglio. Ma quello che arriva è un sound stordente, possente, oscuro come la notte. ‘Them Bones’ ed è la prima apocalisse. Staley si elettrizza sull’asta come farà per la seguente ‘Would?’, uno dei brani più belli dell’ultimo lavoro, eseguito in maniera eccelsa con le corse di Inez verso Cantrell, e con quell’urlo finale disperato che penetra e non lascia scampo.

Avevamo conosciuto, ovviamente, gli Alice In Chains con ‘Facelift’. Disco comprato da Mariposa quasi a scatola chiusa. Tutto ciò che arriva(va) da Seattle e dintorni doveva essere ascoltato. E quella copertina disturbante poteva nascondere una sorpresa. In quell’agosto del 1990 oltre al debutto degli AIC, ricordo con estrema chiarezza che la mia spesa riguardò anche l’esordio dei Black Crowes, quello dei clamorosi Warrior Soul (‘Last Decade Dead Century’), i Riverdogs e l’ottima rentrée dei Bad Company. Ma ‘Facelift’ riuscì a colpirmi solo dopo vari ascolti. Ecco perchè a distanza di oltre due anni, ora riesco a riconoscere al volo i brani di quel disco. Vaneggiamenti, visioni, incubi e ossessioni. ‘Love, Hate, Love’ è tutto questo. Staley si è tolto il giubbotto, Inez sputa acqua ogni minuto, è quasi una danza sciamanica. E’ il suono di ‘Facelift’. Degli Alice In Chains più schizoidi e paranoici.

Staley farfuglia parole quasi ad ogni brano, li introduce e gli applausi partono sinceri. La parte centrale del concerto la vivo in apnea. Sudatissimo. Ma rapito e quasi in trance. Salto a ‘Rooster’ che viene invece presentata in due parole da Jerry Cantrell (ormai a petto nudo), volano corpi nelle prime file, mentre Staley si assenta durante il solo wah-wah del chitarrista, per tornare sul finale anche lui senza più maglia. Corpo magrissimo e tatuato. Spettacolo. Una delle seconde parti di concerto più devastanti della mia vita (e lo confermo anche dopo 20 anni, nda). Indimenticabile l’attacco di ‘It Ain’t Like That’ dove tutti si muovono quasi a casaccio impossessati dal Dio della follia. Pogo sfrenato. Qui non si esce vivi. Non riesco a ricordarmi il brano (sempre però da ‘Dirt’) in cui Staley imbraccia la chitarra e conclude il concerto, mentre sullo sfondo si accende “il sole”. Sono confuso. Vengono richiamati a squarciagola e nel buio riprendono il loro posto. Cantrell batte le mani e tiene il tempo col pubblico, Staley ha ancora la chitarra, ora si è ‘Angry Chair’, e mi rendo conto di quanto monumentale sia ‘Dirt’ sparato dal vivo. ‘Man In The Box’ chiude la serata. Staley traballa, Cantrell è un animale, Inez un invasato. Esplodenti. “Thank you very much” ed è la fine.

Cosa abbia fatto dall’ultima nota suonata al ritorno a casa non so dire con precisione. Troppo frastornato ed emozionato per connettere e socializzare col mondo attorno. Il tempo mi è stato amico. Venti anni trascorsi con un ricordo speciale nel cuore. E la convinzione assoluta di essere stato tra i fortunati ad aver visto una band-colosso. Un periodo irripetibile. Come Layne Staley. Che sarà sempre bene non dimenticare. Mai.

Emanuele Tamagnini