Alice In Chains @ Atlantico Live [Roma, 10/Giugno/2010]

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William DuVall regge. Quelli che hanno pensato: “non c’è più Layne e non vado” hanno fatto una cazzata. Il confronto è di quelli pesanti da reggere, Layne Staley è stata una delle voci più importanti degli anni ’90. Qui il modo di cantare è diverso, se Layne aveva il dono di una voce unica e di un talento innato, William è pura tecnica con la voce sempre super controllata, a volte anche un po’ impostata. Ma è un bel timbro e se gli Alice in Chains si erano fatti notare soprattutto per gli incastri vocali Staley-Cantrell, a vent’anni dall’inizio dell’avventura quella magia creata da due voci è ancora li. Non è più lì una delle due voci, ma sono ancora lì la sua anima, i suoi fantasmi e il suo introspettivo soffrire. Oltre a non sbagliare un colpo il nuovo cantante offre anche una presenza sul palco più attiva del povero Layne, che molto spesso viene ricordato come chiuso in se stesso anche durante i concerti. William invece anche se come immagine nel senso iconografico del termine perde di anni luce il confronto è più socievole del suo predecessore, ad esempio quando dalle prime file gli recapitano una bandiera della Polonia, dopo essersi giustamente chiesto che cazzo ci facesse una bandiera polacca a Roma, appreso che un paio di persone si erano imbarcate da Varsavia, sorpreso ha esclamato “It’s fucking amazing”. 17 milioni di dischi venduti nel mondo in venti anni, qualche fan che ti segue oltre-ogni-ragionevole—distanza-kilometrica lo crea. Ma veniamo alla fredda cronaca: tra il terzo e il quarto disco degli Alice In Chains sono passati 14 anni, il disco in questione è del settembre 2009, e la band subito dopo l’uscita è già passata in europa (con Milano unica data italiana), ora nei primi di giugno 2010 torna in italia con tre date, compresa Roma; quindi l’ultima volta che sono passati dalla capitale Berlusconi era presidente solo di una squadra di calcio (e che squadra!, ndr). (leggi report 1993)

Il pubblico è formato da una fetta di fan del metallo, da una fetta di nostalgici del grunge, e da una fetta di giovani che pensano di essere nati con 15 anni di ritardo. La band si presenta con 3 minuti di anticipo sull’orario del biglietto e il concerto non inizia alle 21.00 ma alle 20.57, con molta gente colta di sorpresa dall’improvviso si-spengono-le-luci-non-c’è-il-gruppo-spalla-cazzo-ma-quello-è-Jerry-Cantrell! Il palco ha un pavimento (pensate un po’!), 3 aste piene di plettri che voleranno a manciate, una ricca batteria rialzata sul fondo, e basta. Gli ampli non ci sono, i pedali non ci sono (e quei pochi che ci sono non vengono mai usati), i cavi per terra non ci sono. Tutto via radio, con ingegneri del suono nel retro palco a gestire pedali da schiacciare e pulsantini da spingere. Un po’ come fanno da qualche anno i Metallica per chi li ha visti ultimamente. Il suono della prima canzone è terrificante, tutto cosi impastato che viene quasi da rimpiangere il vicino Palalottorimbombomatica, poi dopo qualche minuto di concerto le cose vengono sistemate da qualche fonico con l’intuizione giusta e ci si gode il sound se si ricorda sui loro dischi. L’inizio è in salita complice la scelta di brani minori del repertorio; ‘It Ain’t Like That’ dal primo ‘Facelift’ e ‘Again’ da ‘Alice in Chains’ terzo LP meglio conosciuto come ‘Tripod’ per la copertina raffigurante un cane con tre zampe. L’atmosfera si scalda con l’intro di ‘Check My Brain’ che a dispetto dei soli 9 mesi di vita sembra già un classico. Poi l’esplosione vera dell’Atlantico Live (che nel frattempo s’è riempito) è per l’urlo iniziale di ‘Them Bones’ traccia di apertura del fenomenale ‘Dirt’ cantata davvero alla grande da DuVall. Da lì in poi sarà un concerto grandioso, anche Jerry appare più disteso e sorridente. Al pari degli altri due Alice: Mike Inez (grande su ‘Dam That River’), e Sean Kinney che sembra aver subito meno di tutti il passare degli anni. Kinney è un batterista preciso, non mena forte, ma i suoi colpi sono tutti splendidamente uguali, e quando il tempo è maledettamente lento come in ‘Rain When I Die’ non accelera neanche di un soffio. A metà concerto la scaletta è un sapiente intreccio di canzoni vecchie e nuove ‘Your Decision’ nuova, ‘No Excuses’ vecchia, ‘We Die Young’ supervecchia, ‘Last Of My Kind’ nuova che viene dedicata a Fabrizio, il tizio dell’albergo Romano di questa tappa degli Alice In Chains.

Il momento più toccante è la dedica successiva, ovviamente per il vecchio compagno di viaggio scomparso 8 anni fa, è la canzone dedicata è la splendida ‘Nutshell’, chitarra acustica per DuVall e una delle tante Gibson Les Paul per Cantrell, chi ha amato la band negli anni d’oro si commuove, chiude gli occhi e manda un pensiero a Layne dovunque si trovi ora. Per riprendersi poi si torna a un paio di tracce nuove ‘Lesson Learned’ e ‘Acid Bubble’ tra le mie preferite del nuovo ‘Black Gives Way To Blue’. Eppoi giù verso un grande trittico finale: una soffertissima ‘Down In A Hole’, evocativa evocativa evocativa, non ho mai provato l’eroina ma mi convinco che una pera produca nella testa il suono di questa canzone, nel finale dell’esecuzione Jerry Cantrell rispolvera un assolo che sul disco c’è ma fa un po’ da sfondo al tema centrale, lo porta sul proscenio la suona alla grande e il brano strappa l’ovazione. Poi arriva il disarmante e ipnotico arpeggio di ‘Angry Chair’ l’unica loro canzone scritta interamente da Staley, facile quanto bella. E a chiudere la prima parte la loro prima grande hit di venti anni fa ‘Man In The Box’ le urla reggono, è lo ripeto perché anche io su questo pezzo faticavo a credere alle mie orecchie. Prima parte archiviata in un’ora e venti costantemente in crescendo.

I fan romani, specie quelli delle prime file sono calorosi, nonostante siano accaldati, e si guadagnano un extra inizialmente non previsto in scaletta, (lo spiega DuVall al rientro). L’Extra si chiama ‘Love, Hate, Love’ grandissimo pezzo, grande esecuzione. Poi il basso di Inez introduce il loro capolavoro ‘Would?’ e capisco che in molti domani mattina saranno senza voce. A chiudere la festa l’invocatissima ‘Rooster’ con i suoi fantasmi caduti in Vietnam. I 4 sono in forma, il gruppo che si reggeva sul duo Staley/Cantrell ora si regge bene anche sull’asse DuVall/Cantrell. DuVall è secco allampanato, ma con una bella carica nera, davvero un mestierante nella gestione del palco, e della voce, fa gli accordi di sostegno che servono quando è chiamato alla chitarra e sembra sentire davvero le canzoni anche se non le ha scritte lui. Jerry è invecchiato. Va per i 45 con la consapevolezza di chi sa che ha fatto la storia del rock e di diverte a lanciare le chitarre ai backliners anche se stanno a 10 metri di distanza. Un chitarrista che non suona iperveloce, che non fa cose difficili, ma che ha in testa un gusto raffinatissimo per la melodia, innamorato di note sospese, sostenute, tirate che sono colonna sonora di un peggio che sta sempre per accadere, e suona maledettamente affascinante.

Giovanni Cerro

5 COMMENTS

  1. Mai mi sono travata più d’accordo con una recensione.
    E’ vero, all’inizio anch’io ho temuto il peggio: il volume della batteria e delle chitarre era così sparato che quella che arrivava era più caciara che altro. Poi per fortuna le cose si sono aggiustate, e non esagero nel dire che ho assistito al concerto più bello e denso della mia vita. E’ stata una magia, un susseguirsi di emozioni a raffica, non ho ripreso ancora fiato. Du Vall ha una fantastica presenza scenica, qualcuno delle mie ”file” lo ha commentato malissimo, gli ha dato del buffone. Io invece l’ho apprezzato molto. Ci ha dato la giusta carica senza peccare di altezzosità. C’era dentro, non si puo’ dire il contrario.

    Comunque complimenti per la scrittura della recensione, è fatta davvero bene 🙂

  2. Sono completamente d’accordo con te, la recensione calza a pennello. Unico neo della serata, GRIND, che dal vivo Layne non ha mai cantato, e che speravo il suo successore potesse eseguirla….Per il resto pubblico straordinario, il posto idem, l’audio ottimo (è vero, all’inizio anch’io mi rendevo conto che c’era qualcosa che non andava). Momento toccante Nutshell senza dubbio…..

  3. Ottima rece. AIC in gran forma, mandano a raccoje margherite tutto il pattume rock degli anni 2000. Il grunge che non invecchia mai. Bel pubblico

  4. grande concerto dei “mitici “alice in chains, sono come il vino buono… la recensione descrive punto per punto tutte le emozioni di quella magica serata che ci ha fatto tornare a vivere il grunge sound degli anni ’90.

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