Algiers @ Monk [Roma, 28/Giugno/2017]

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Gli Algiers detengono un record difficilmente superabile nello spazio breve, quello delle etichette musicali appiccicate addosso. Un’opera d’arte. Di schizofrenica contemporaneità. Una corsa eccitata di citazionismo snob. Basta prendere a campione tre-quattro siti di elevata importanza mediatica per trovare l’incredibile ambaradan, l’insopportabile guazzabuglio dei tempi (poco)moderni. Afrobeat, experimental, dub, post-punk, gospel, industrial, no-wave, free jazz, italian horror soundtracks, R&B, ’80s punk, modern-day hip-hop, industrial meets soul, blues, deep south, soul-blues, afro-funk, punk-blues. Sono solo una parte degli “stickers” collezionati dal quartetto che per convenienza d’origine continuiamo a geolocalizzare ad Atlanta. Converrete con me che ci troviamo davanti ad una autentica follia giornalistica. Che non esiste. Più semplicemente gli Algiers, con dieci anni di autostrade alle spalle corredati da qualche singolo e due album completi, sono un’imprevedibile macchina da guerra. Sul palco certamente meglio che in studio. Perchè tutta la materia compressa nell’omonimo e nel seguente ‘The Underside of Power’ (titolo che riporta alle più celebri rivoluzioni in ambito musicale) riesce ad esplodere in maniera compiuta, diretta ed essenziale solo attraverso l’esibizione live. Di trasversalità dovremmo allora parlare, solo di trasversalità abbinata al nome di Franklin James Fisher, Ryan Mahan, Lee Tesche (fresco di compleanno festeggiato a San Siro prima dei Depeche Mode) e Matt Tong (con mezzo metro di capelli in più rispetto all’esperienza Bloc Party). Sarò franco, infine, nel confessarvi la mia preferenza verso ‘Algiers’ (più genuino e attaccato alle “radici”) rispetto al secondo capitolo che (ancora) mal digerisco, a tratti colpevolmente forzato o forse solo troppo sovrastrutturato (la mano di Utley è decisamente marcata).

Tutto questo fiume di parole applicato alla materia si traduce fortunatamente in qualcosa di molto più semplice quando i quattro salgono sul palco con alcuni minuti di ritardo rispetto alla tabella prevista. L’improbabile lista di influenze e derivazioni si va infatti beatamente a farsi fottere non appena le note di ‘Ferox’ tagliano l’aria collosa di una sera di fine giugno. L’urgenza degli Algiers è pura smania punkoide (liricamente intensa). La voce e il carisma di Fisher fanno il resto. L’immagine “indie” millennials-style è solo un trascurabile dettaglio estetico (anche se le pose e le movenze di Ryan Mahan potrebbero far pensare il contrario). Una quindicina i brani proposti ad alternarsi tra “vecchio” e nuovo disco, taglienti, scarni, senza dunque l’impalcatura della pressante produzione di studio, che si aprono e chiudono in mezzo a suoni sintetici, loop e drum programming (mai invadenti), mantenendo però viva schiettezza e genuinità. Filo conduttore Franklin James Fisher. Che raccoglie il testimone dalla grande tradizione soul, dalla grande tradizione nera, dalla grande tradizione della sua città. Innegabile il talento di questo giovane frontman, assoluta testa d’ariete di una band che in prospettiva, potenzialmente, potrebbe tranquillamente giganteggiare assicurandosi un futuro molto più che roseo. Piacciono meno quei due-tre episodi solo-piano, utili per rifiatare ma inutili nell’economia di una scaletta detonante. Che si chiude con un breve bis durante il quale Fisher si presenta in solitaria per una titubante ‘Games’. Ma sono sfumature che nulla tolgono ad una performance importante, vigorosa, a tratti sorprendente. C’è ancora molto da scoprire nel mondo Algiers. E noi, raggiunta una certa età, non abbiamo certo fretta.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore

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