Algiers @ Monk [Roma, 26/Febbraio/2020]

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Gli Algiers nascono ad Atlanta nel 2009 e crescono a distanza sull’asse New York – Londra. La band è formata da Franklin James Fischer chitarra e voce, Lee Tesche alla chitarra e Ryan Mahan al basso, tutti in grado di suonare anche tastiere, percussioni e batteria elettronica. Hanno all’attivo tre album per la Matador Records. Il loro esordio omonimo del 2015 colpisce per la sapiente commistione tra post-punk e black music, infarcita con elementi noise e citazioni wave. Il tour che ne consegue vede l’inserimento in pianta stabile del batterista Matt Tong, fresco reduce dall’avventura nei Bloc Party. Il quartetto s’afferma dal vivo come una delle formazioni più potenti in circolazione. Fanno la differenza con una solidità di suono importante e la presenza sia scenica che vocale di Fischer. Ricordo perfettamente la piacevole sorpresa avuta nel vederli in azione al Primavera Sound 2016. Fu una folgorazione di puro cyber gospel! “The Underside of Power” viene pubblicato nel 2017. Musicalmente smussano alcuni angoli e aumentano l’uso d’elettronica. I temi politici e sociali dei brani stavolta si focalizzano nell’aspra critica alla Brexit e all’operato di Trump. Una forte connotazione soul fa da collante. Un ottimo disco, eppure non raggiunge l’epicità del precedente. In concerto però non perdono nulla, anzi rilanciano, come conferma la notevole esibizione ad Ypsigrock 2018. “There Is No Year” esce a gennaio di quest’anno. L’impressione è che sia inferiore ai precedenti, sicuramente meno drammatico e più manieristico. Per questo la curiosità di vederli stasera è ancora maggiore. La cancellazione forzata della data milanese per profilassi da coronavirus, rende questa romana l’unica data italiana del tour. Purtroppo c’è la concomitanza con un imprescindibile evento sportivo. Quindi perdo colpevolmente l’apertura di Esya, progetto solista di Ayse Hassan, bassista delle Savages. Alla luce del risultato forse avrei fatto meglio a vedere il concerto.

Alle 22:45 gli Algiers salgono sul palco. Anzi inizialmente è il solo Tesche a farlo, prende un sassofono tenore, ne campiona il suono mandandolo in loop e formando dei drones con cui introduce alla spicciolata il resto della formazione. C’è anche un quinto elemento stasera. Si tratta del tour manager, che quasi nascosto nel fondo sinistro della scena, partecipa in alcuni brani ai cori e alle percussioni. Si parte con “There is No Year”, sempre electro, ma più lenta e marziale della versione in studio. “Cry of the Martyrs”alza il tiro, ma la botta caratteristica del loro sound non arriva come dovrebbe. “Dispossession” ha una intro di synth efficace, prima di trasformarsi in un pop soul di grande fattura. I brani del nuovo album perdono inevitabilmente la patina di produzione e la resa sembra migliore. “Black Eunuch” incarna il post blues degli esordi e la deriva voodoo sul finale lo rende particolarmente coinvolgente. “We Can’t Be Found” gioca con il noise e la new wave ottenendo un buon effetto, mentre “Walk Like a Panther” si spinge verso lidi proto-industriali. Mahan si alterna tra basso e sintetizzatori, oltre a gestire con un sequencer alcune basi preregistrate. Tesche quando vuole graffia profondamente con la sua chitarra, come nel caso dell’esecuzione dei due brani precedenti. “Blood” è il secondo è ultimo estratto dal primo disco. Un gospel mutante, articolato e d’impatto, con dei gran bei cori. Fischer canta con grande personalità, ma forse con meno verve di altre occasioni. Sicuramente è un gran performer e si fa apprezzare anche nel suonare la nord stage. Imbraccia la chitarra solo in “The Underside of Power” e il brano è si rivela un buon esercizio di stile soul wave. “Hymn for an Average man” è una ballad dark dall’evoluzione sbilenca e maestosa e rappresenta uno dei picchi della serata. “Unoccupied” invece non decolla, nonostante un ottimo pattern sostenuto di Tong. Lo stesso batterista ne serve uno ancor più robusto per la successiva “Void”, che contiene una delle linee vocali di Fischer più ispirate dell’intera serata. Una versione meno frenetica e più gustosa di quella conosciuta in studio. “Cleveland” è un blues dalle venature gospel, le sonorità industriali e contiene diversi contributi sequenziati. Nella versione live non risulteranno particolarmente a fuoco, vanificando un cantato a tratti magistrale. Al termine del brano Fischer saluta tutti, ringrazia il pubblico e l’apertura, si siede al nord stage e da inizio a una bella versione di “Hour of the Furnaces”, che chiude la parte regolamentare della performance. Rimane solo un loop a colmare il vuoto momentaneo del palco, che cessa ben presto accolto da un boato in sala. “Wait for the Sound” ha una spirale di ghiaccio che avvolge la calda voce di Fischer, ma senza soffocarla. Un colpo di coda sospeso tra wave e psichedelia. Un crescendo raffinato e muscolare allo stesso tempo che nobilita l’esecuzione. Grandi applausi in sala. “Death March” chiude il lotto mostrando qualche sbavatura. 85 minuti d’esibizione più che dignitosa, ma forse stavolta non eccessivamente memorabile.

Cristiano Cervoni

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