Alexander Hacke @ Zoobar [Roma, 07/Dicembre/2005]

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Premessa: per capire appieno il significato di questo concerto è necessario conoscere la storia di ‘Sanctuary’, primo album solista del membro degli Einsturzende Neubauten: è stato infatti realizzato come un regista realizzerebbe un road movie. Durante la sua realizzazione infatti il nostro ha girato il mondo raccogliendo suoni e prendendoli in prestito da altri fior di musicisti provenienti da band come Swans, Unsane, Germs, Celebrity Skin, The Leather Nun, The Jesus Lizard, Foetus e persino Gianna Nannini, ottenendo un lavoro affascinante e vario ma non privo di organicità. Lo stesso info-sheet dell’album parla di un viaggio per scoprire come i luoghi possano influenzare la composizione della musica. Ed è un proprio un viaggio vero e proprio quello in cui Hacke vuole farci da sherpa durante il concerto, un viaggio dentro il suo mondo di musicista, dentro la sua anima di artista. L’antipasto di questo viaggio viene servito dal duo italiano dei Deflore, autori di un interessante industrial con venature nu-metal e hardcore. A mezzanotte e mezzo si parte davvero: a farci da guida insieme ad Hacke ci sono SugarPie Jones da L.A. (ex Celebrity Skin, ex Cramps), vestito e pettinato come la mamma di Anthony Perkins in Psycho, al basso, Gordon W da Toronto alle percussioni e al theremin, Ash Wednesday da Melbourne (ex Models, ma quelli australiani) alle tastiere e al ricambio elettronico e Danielle de Picciotto da N.Y (che viene accreditata dai gossip come l’attuale compagna di Hacke) alle installazione multimediali. Si parte. Il percorso scelto è diverso da quello di Sanctuary; Hacke infatti riproporrà solo una manciata di brani tratti dal suo album, tra cui la lunga title track a conclusione della prima parte del set. Tutto il resto del concerto è dedicato a cover di brani con i quali Alexander Hacke e i suoi compagni di viaggio sono creciuti artisticamente e da cui sono stati influenzati. Tra queste cover sono facilemte riconoscibili ‘I Hate You’ dei Monks – gruppo anti-Beatles formato da militari americani di stanza in Germania – (quelli con la chierica ed il cordone bianco al collo, ndr), la spettacolare ‘Ghost Rider’ (definita come qualcosa che ha cambiato per sempre la storia della musica) dei Suicide, una bella e intensa ballata dei Loved Ones – sconosciuto gruppo australiano degli anni ’60. Purtroppo non riusciamo a riconoscere la cover cantata in tedesco, anche perchè Hacke, una volta arrivati dalle sue parti, la introduce giustamente usando la lingua madre, dando al viaggio anche un significato linguistico e fisico. Una caratteristica comune alla maggiorparte delle canzoni è il terrificante basso distorto di SugarPie Jones che ha il suono di una scarica di mitraglia, che ben si abbina col suono graffiante della chitarra di Hacke e con la sontuosa sezione elettronica orchestrata da Wednesday. Alla fine del viaggio le sorprese non sono finite, perchè il nostro torna per due bis. Nel primo ci propone con la sua voce il suono dello spazzolino da denti elettrico in Do che David Yow dei Jesus Lizard aveva in casa durante una sua visita. Il secondo invece è una dedica a Bush, Berlusconi e compagnia bella, dedica che non poteva essere altro che la trascinante ‘Mongoloid’ dei Devo. A viaggio finito è impossibile non aver voglia di partire di nuovo.

Daniele Gherardi

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