Alela Diane @ Circolo degli Artisti [Roma, 6/Giugno/2009]

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Pubblico fitto come bigattini in una scatola quello di sabato per Alela Diane. Ed io che per mezz’ora ronzo attorno al Circolo senza trovare un buco di parcheggio. Così dopo questo sfiancante giro panoramico in zona tuscolana/casilina/rio de janeiro, la prima nicchia bollata “passo carrabile” inizia a fare una certa gola. Mi adagio lì procurando non poca invidia ad altri disperati al volante in un sabato sera mondano, a quanto pare e stando al numero delle presenze al concerto. Mi perdo così quaranta minuti tondi di performance e, se solo non fosse per un senso di dovere reportistico, non mi dispiacerà poi così tanto.

Prima data romana e primo tour italiano per l’artista del Nevada di origini native Alela Diane, nuova realtà cantautorale emersa dal termitaio della scena new folk americana. Nel senso di nuova ondata, altrimenti “new” con “folk” stonerebbe come “new” con “jurassic”. Ora, questa colonia di donnine che si danno al genere andrebbe anche un po’ scremata; a volte ho la sensazione che si sposi – inconsciamente – più il filone musicale in maniera onnivora dell’artista stessa. Faccio in tempo ad ascoltare solo cinque brani ma mi bastano per capire quali possano essere stati i suoi punti forti – tali da giustificare l’eccitato pubblico, fra cui mamma e nonna di Alela – e le mollezze stilistiche, a tratti tali da farmi veramente pensare ad altro. Notevoli le capacità vocali [e ok], timbro corposo e modulazioni vicine a Mia Doi Todd, stile affine a quella della conterranea Mariee Sioux che qui però trovo impigliato in una lineare classicità di stile, colorato di country fingerpicking e glassate melodie pop ma appollaiato sempre su quelle due, tre variazioni senza trovare vere vie di sfogo. Pop country folk oriecchiabile, sicuramente ben fatto questo preparato sonoro ma che, se non fosse per quell’ultimo brano corale, collettivo, acceso e colorato di ritmiche di radice nativo-americana, non saprebbe poi di molto. Bello il Nevada, famoso anche per la corsa all’oro. Ma ogni tanto qualche abbaglio si prende perché anche la sabbia luccica.

Marianna Notarangelo

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