Alec Empire @ Circolo degli Artisti [Roma, 11/Gennaio/2007]

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Gli esperti dicono sia l’inverno più mite dal 1860. Gli esperti evidentemente non frequentano il Circolo degli Artisti. Che per una sera si trasforma in un’orgia hardcore punk pseudo apocalittica dettata da furenti breakbeat sgranati che fuoriescono da piccole quanto infernali macchine sintetiche. E’ un’affluenza letargica. Tra cyber dark, adoratori del core, scarmigliate doppie coppie, qualche adipe ingombrante e semplici avventori curiosi. Ad aprire il giovedì di passione ci pensa Miss Violetta Beauregarde, già ampiamente trattata su queste pagine, che diventa subito oggetto di culto per i fotografi. La sua piccola/paffuta figura concede all’occhio digitale una serie di invidiabili tesori: tatuaggi coloratissimi, microfono al collo, posizioni genuflesse, urla lancinanti, enormi sorrisi, sguardo strampalato durante la trance artistica e quegli occhi furbetti che spesso fanno capolino da dietro il suo essenziale armamentario sonoro. “Ho mal di testa… questo karaoke durerà 25 minuti”. Tanto lungo sarà un set tirato, sfilacciato, compulsivo ma un gradino sotto rispetto alla precedente esibizione capitolina. Il palco rimane momentaneamente libero. Qualcuno si chiede cosa abbia in comune Violetta con il 34enne palestrato tedesco. Musica a parte direi una canzone ed un personaggio protagonista. La ragazza ha in curriculum “Adolf Hitler’s Emotional Side” mentre Alessandro Impero può vantare “Overdose: High On The Adolf Hitler Drug”. Semplici coincidenze? Può darsi. Dalla transenna lentamente indietreggio. Alcuni giovani stanno pianificando assalti on stage da consumarsi durante l’esibizione dell’interprete principale: Alexander Wilke. Nato sotto il muro di Berlino. Nonno materno inventore della prima macchina da cucire (milionario fai da te prima della bancarotta), nonno paterno ebreo morto in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale. La passione per la scena rave dopo quella adolescenziale per il mondo rap. L’amica Hanin Elias con la quale fonda nel 1992 gli Atari Teenage Riot una delle creature più selvagge di terrorismo sonoro continentale (ci sono anche il meticcio Carl Crack e di lì a poco la nippo americana Nic Endo). La sua Digital Hardcore Recordings. Ed un’ispirazione che arriva soprattutto da Detroit culla riconosciuta della techno. In Germania è il chaos. Tra tradizione, movimenti neo-nazi, marzialità, punk, la “vera” musica esplode in un tempo così breve che non si riesce ad intravedere la fine. Che è dietro l’angolo. Crack muore di overdose ormai piegato dalle sue croniche psicosi, la Elias diventa mamma ed il nostro Empire è vicino ad un esaurimento. In cinque anni Mr. Wilke rimescola le sue carte vincenti. Divenendo una copia carbone di Trent Reznor. Questa sera, però, è un giovane Reznor ossigenato. Attento alle proprie mosse pelviche e alla posizione del ciuffo. Al magnifico “apple” c’è la reincarnazione di Crack mentre ai synth trituranti è un piacere ritrovare l’algida bellezza di Nic Endo. Empire fa assaggiare subito ai convenuti cosa signfichi avere una spiccata padronanza del palco. Le movenze “sessuali” ricordano molto da vicino quelle dell’Iguana (nel cambio palco guarda caso parte la sempiterna “No Fun”), si sporge e le mani di qualche focosa ninfetta gli accarezzano l’interno coscia avvolto da un attillato pantalone nero a vita bassa. I bicipiti in bella mostra. Dirige i due compagni come un direttore d’orchestra dopo una colazione a base di metanfetamine. Scorrono abrasivi e caotici brani da “Intelligence And Sacrifice” e “Futurist”. In alcuni frangenti è bolgia totale. La sala è piena per metà ma sembra di assistere ad una moltiplicazione meccanica delle persone. Siamo in un rave. Alec Empire si lancia 2-3 volte giù tra la folla acclamante. Nell’ultima discesa sgattaiola via fino al bar. Sale sul bancone e si produce in una serie di pose atte ad assorbire il feedback della sua gente. E’ l’ultimo atto. L’ultima scena di un’esibizione detonante ma fredda. Coinvolgente ad intermittenza ma senza anima. Più furbo che interessante. Più muscoli che cervello. Ma il passato è ancora vivo. E ci ricorda quanto la sua storia abbia pesato sul lato più estremo e coraggioso della musica d’assalto. Un doveroso saluto ma senza inchino.

Emanuele Tamagnini

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