Aldous Harding @ Locomotiv [Bologna, 15/Novembre/2019]

201

Quarta parete. E molto altro, certamente. Ma quel sipario di gesso e pantomima che separa il palco dalla platea e sigla il confine tra quel che ci si presenta e quel che ci si attende resterà altissimo, invalicabile, impenetrabile per tutta la serata. Intendiamoci: belle storie, interpretazioni di livello, super sound. Ma quella stage persona ideata, sviluppata, ostentata, protesa fino all’ultimo cm di pellicola del film risulterà glaciale e respingente dal primo all’ultimo fotogramma. Almeno per chi scrive. No, non sei la Giovanna d’Arco di Artaud. No, non sei Laurie Anderson in lenta, discinta, setosa camicia di forza. No, non sei una protostella a mezza via tra la nana bianca Yolandi Visser e la quasar smeraldina Nick Drake. E ho pensato immediatamente anche a Cate Le Bon, per via di alcune personalissime associazioni di idee non del tutto razionali ma vabbè. Si dirà: non ti piace proprio. Maddeché. Au contraire. Anche perché, contemporaneamente, come in ogni giochetto di attrazione e repulsione che si rispetti arriva anche il ballo buono, ovvero l’insindacabile arte della seduzione con la sua canzone. Detto in parole povere, significa che arriva anche una voce centratissima, una band in grande congegno, un pubblico in partecipata e calibrata tensione. Ogni cosa, musicalmente, è dove deve in somma. Sopra e sotto le assi. I chiodi storti. I ferri di cavallo. La sezione ritmica è di una eleganza rara, piano e chitarra fanno, e bene, quel che devono e non gli si può dire nulla e no no no, è palese che ci troviamo di fronte ad una interprete – e mai indicazione fu più indiziante – super smart, di statura, tutt’altro che acerba e sprovveduta. E l’intero mood resta in costante equilibrio tra una sensazione di leggiadra distrazione e la pianificazione chirurgica di ogni sillaba, ogni filo di stoffa, ogni millimetro di movimento. Per dire: la prima volta che ho visto la copertina di ‘Designer’,  seduto sul retro di un auto per le strade di Sheffield ospite di Joseph e Arianna sulla via per il concerto di Richard Hawley, mi sono detto oh oh oh che potenza di cover. Guardatela: un pugno di lettere addossate l’una all’altra che si accavallano in verticale, un font chiaro vagamente rétro su sfondo rigorosamente, equamente, pacificamente dark. Fine. Comunque sia, una esce con una copertina così minimale, essenziale e al contempo così completamente esaustiva e come puoi, dimmi come puoi pensare che qualunque soffio, movimento, figura della sua danza sia accidentale. No way. Nemmeno Björk e Tommasino Yorke ci marciano tanto con la loro dislessia ritmico muscolare. Apparente. E Tommasino, si sa, ci marcia di brutto. Lo sanno tutti i sassi e i codici binari del pianeta. Ma non divaghiamo. Torniamo a noi. Qui Parliamo di una figura che riesce a unire con sapienza sartoriale tutto quel che ci vuole per un bel completino dal taglio adeguato. Le canzoni: non sempre memorabili ma sempre di pregevole fattura. Il sound: super, super sound si sottolineava in precedenza. La presenza scenica: efficace, a strapiombo, cerulea. Cuore: non pervenuto. Talento: brillante come una gemma di novembre. Che fa quel che deve. Quando si deve. Come si deve. E conviene. Perfettamente. Senza scoglio, deraglio, periglio. Peccato. Perché lungo la via tortuosa, tortuosa ed errabonda, sospetto che la cometa Harding scintillerebbe ancora di più, più di quanto non faccia indubbiamente già. Ah! Ogni mio concerto al Locomotiv aveva un caffè cinese mooolto delabrè come ulima tappa della serata, proprio accanto al locale. Della serie: slot machine, Marilyn sulle tapparelle dei finestroni, piccini scorrazzanti intorno alla cassa, cose così. Ora c’è un locale da movida felsinea alternativa. Tutto si muove, sempre. E io mi fermo qui. Avviandomi verso il parcheggio con la mia maglietta di ‘Designer’ in mano.

Giuseppe Righini