Alberta Cross @ Locanda Atlantide [Roma, 24/Febbraio/2010]

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Ci sono band che inizi ad amare da subito, band che con un nulla, o quasi, con un accordo, una melodia vocale ti fanno dimenticare degli altri 40 dischi che hai ascoltato in settimana e di cui tra l’altro non ricordi una emerita mazza. Ti concentri su quello e basta. Su un rock misto a soul, blues, country, rock classico, americano come una torta di mele o una poesia di Robert Frost. E’ quello che mi è successo con gli Alberta Cross, band fenomenale di Londra ma ormai residente a New York, che presenta in questo tour (hanno suonato anche con Oasis e Dave Mattews Band) il loro primo full lenght dopo l’EP del 2008. La Locanda Atlantide vede fare il mio virgineo ingresso alle 22.30 quando sta per salire sul palco la prima delle due bands di supporto, i romani Junkie Storm. Ed è una sorpresa vedere come un gruppo di giovinotti sappia suonare così bene. Anche loro risentono molto delle influenze hard blues come la band madre che suonerà stasera. Canzoni davvero ben arrangiate, ottimo songwritng e un grande futuro davanti se continueranno così. Il pantalone però si allaccia, i peli del petto si nascondono e non si dicono stupidaggini tra una canzone e l’altra. Una delle migliori formazioni di supporto viste ultimamente.

Non tanto bene mi va per i Matinèe che nascono come tribute band (ufficiale, come ogni tribute band che si rispetti) dei Franz Ferdinand. Il suono infatti della loro musica è 100% FF e seppur muovendosi abbastanza sicuri sul palco e costruendo qualche buona canzone, il riferimento agli scozzesi è davvero troppo palese e si suggeriscono vie più originali.

Consideravo gli Alberta Cross una buona band ma dopo questa serata diventano qualcosa di speciale. La Locanda un po’ si svuota e un po’ spiace ma ammetto che mi fa anche piacere perchè sono quei concerti che ti va di custodire per conto tuo e basta, al massimo con qualche amico speciale (che però non c’è) come quelli che hanno sfidato il sonno e sono qui all’una di notte di un mercoledì qualsiasi. Saremo forse una 50ina verso la fine a tributare un omaggio troppo piccolo per una band così grande. Peter Eriksson si presenta vestito da sciamano Apache mentre il tastierista sembra un truzzo del quartiere Coppedè. Sette chitarre da accordare prima del concerto che verranno cambiate di continuo e poi l’inizio con ‘Song Three Blues’, capolavoro hard blues seventies dove primeggia la voce soul e caldissima di Peter mentre dietro chitarre e ritmiche avvolgono il suono con pathos malinconico e nero di rabbia. La band convince in pieno, per conspapevolezza, per la qualità delle canzoni e per la maturità di stare sul palco. Ringraziano umilmente un pubblico educato e preparato che conosce tutte le canzoni e che si spertica in applausi ad ogni fine brano. ‘Taking Control’ dimostra quanta classe abbia questa band mentre la ballad ‘Old Man Chicago’ vorrebbe averla scritta Chris Robinson. Cosa hanno di meglio le ballate dei Black Crowes rispetto a questa meraviglia? Nulla. E’ un ondeggiare meraviglioso su quelle parole dolci e rassicuranti. Me la canto bisbigliandola, per non condividerla con nessuno. Arriva ‘The Thief And The Heartbreaker’ e giù di schitarrate ma è sul finale che i ragazzi regalano le proprie perle. Prima la mantrica ‘Rise From The Shadows’ con tanto di partecipazione di noi tutti agli ululati del cantante e poi il portentoso singolo ‘ATX’ che fissa un punto fermo e dice pressapoco: “il rock classico americano siamo noi, fanculo i Midlake”. Pensiero che condivido con folle partecipazione. Nel bis, dopo gli umilissimi ringraziamenti, eseguono la title track, ‘Broken Side Of Time’, esempio di fusione perfetta tra My Morning Jacket e Band Of Horses. Oramai siamo davvero rimasti in pochi e quando capisco che sta finendo mi si gelano un po’ i pensieri perchè io sarei rimasto lì tutta la notte ad ascoltare la loro musica, quella musica semplice degli Alberta Cross, piccola grande band di New York.

Dante Natale

Foto by ViGO su: Nerdsphotoattack