Akron/Family @ Init [Roma, 5/Giugno/2009]

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Tra gli ultimi colpi di coda che la stagione concertistica romana ci offre, quello probabilmente più accattivante è il ritorno degli Akron/Family, che intanto per strada hanno perso un elemento. Prima del concerto mi aggiro tra le gente per il giardino dell’Init e mi imbatto in una scena curiosa. Seduto a un tavolino c’è il chitarrista del gruppo che al pc sta collegato tramite webcam con una ragazza sorridente, probabilmente la fidanzata nella sua cameretta a Brooklyn. Passo dietro di lui e la saluto, chissà se mi ha visto.

Come si diceva gli Akron/Family sono rimasti in tre (tutti con barba, sembrano dei mormoni hippy) e ci si domanda se saranno ugualmente in grado di riproporre in maniera convincente le loro mirabolanti jam free-folk. I dubbi sono fugati quando, dopo l’introduttiva e azzeccata ‘Phenomena’, si passa alla gloriosa marcetta afro-country di ‘River’ (una delle punte di diamante del nuovo album ‘Set ‘em Wild, Set ‘em Free’), e la mia testa e le mie spalle iniziano a scuotersi. Oltre a chitarra, basso, batteria e a un paio di aggeggi elettronici usati con parsimonia, va anche fatto notare che tutti i componenti del gruppo cantano, in maniera sguaiata, ma proprio per questo sincera e coinvolgente. Ciò che non manca di sicuro alla band è la varietà e nonostante l’apparente scarsa strumentazione si spazia tra tribalismi folk come l’impetuosa ‘Ed Is A Portal’ alla complessità dell’electro hip-hop stile cLOUDDEAD (con tanto di drum machine) di ‘Creatures’ fino addirittura a sonorità più simili a quelle dei Naked City di John Zorn (le disturbanti urla e chitarre lancinanti di ‘MBF’) che a quelle di un gruppo di fricchettoni. I tre inoltre (soprattutto quel pazzo del bassista che chiede prima dei bis “Come si dice in italiano … OOOOOOOOOOOOOHHHHHHHHH???”) in qualche occasione provano a coinvolgere il pubblico a partecipare più attivamente alle loro escursioni freak out, con risultati alterni purtroppo.

Il finale però è da antologia con le due canzoni che, non a caso, chiudono anche l’album (tra l’altro condividono anche il medesimo giro di accordi). Prima c’è il gospel stile Polyphonic Spree di ‘Sun Will Shine’ che presto si trasforma in una jam furiosa e che dopo un’estenuante cavalcata sfuma nei fiati bandistici registrati mentre i tre si preparano intorno a un microfono con sola chitarra acustica nella memorabile esecuzione di ‘Last Year’ cantata a basso volume (data la lontananza dal microfono) e alla maniera del film dei fratelli Coen “Fratello, Dove Sei?”. La loro canzone più semplice (Last year was a hard year / for such a long time / this year is gonna be ours) e forse quella più indovinata (sfido chiunque a non premere il tasto Back del lettore dopo averla ascoltata), tanto che riesce a infondermi anche un piacevole e ingenuo ottimismo e spinge il pubblico a invocarli rumorosamente per il rituale bis (concluso con ‘Crickets’), anche se a quel punto sarebbe stato più opportuno chiudere lì vista la perfezione intimista del finale (a meno che il pubblico non avesse reagito come un mese prima a New York).

Daniele Gherardi

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