Air @ Teatro Romano [Ostia Antica, 24/Luglio/2017]

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Avevamo vent’anni quando scoprimmo l’esistenza di questo duo francese. In TV passò il videoclip di ‘Cherry Blossom Girl’ e subito ci innamorammo di quel sound che ci cullava e di quel testo che sembrava uscito dritto dalla nostra adolescenza di giovane tormentato e incline all’amore romantico, idealizzato, struggente. Avevano vent’anni anche gli Air quando, nel 2016, decisero di pubblicare la loro prima raccolta, titolata, in un evidente slancio di creatività, ‘Twentyears’, ed accompagnarlo ad un tour chiamato ‘Aircheology’ che, guarda caso, qui fa tappa al Teatro Romano di Ostia Antica, venue il cui cartellone tenevamo d’occhio da tempo per farci il nostro esordio, ma senza trovare nulla che si avvicinasse ai nostri gusti. Gli Air avevamo già avuto l’onore di goderceli live nel maggio dello scorso anno, al chiuso dello Spazio 900, distanziato dal teatro all’aperto di questa sera solo dalla Via Cristoforo Colombo, ma lontano anni luce come suggestioni in grado di creare. Il set dello scorso anno, atteso per lungo tempo, ci era sembrato magnifico, anche grazie al fascino della prima volta, ma in questo caso tutto sembra avere una marcia in più. Gli specchi rettangolari posizionati alle spalle dell’ex professore di matematica Jean-Benoît Dunckel e di Nicolas Godin, passato da architetto, che passeranno la serata tra Moog e sintetizzatori analogici, coadiuvati da due turnisti a tastiere e batteria, ci regalano splendidi effetti visivi che costringono ad immergerci gli occhi, riuscendo a farci astrarre dalla nostra dimensione fisica per abbandonarci alle note, alle rare parole, e ai pensieri che ci evocano. I gradoni del teatro non sono pieni in ogni ordine di posto, poco ci manca, ma riusciamo comunque ad assestarci su un’onorevole terza fila neanche troppo angolata e sederci, per l’intera durata dell’esibizione, senza che venga mai dato lo sciogliete le righe dagli artisti come spesso accaduto in contesti analoghi. La scaletta, essendo il tour a supporto di un best of, non lascerà spazio a rimpianti, dandoci in pasto ogni singolo brano tra quelli che avremmo voluto ascoltare, eseguito e riarrangiato con maestria da chi ne conosce appieno le potenzialità, avendolo creato. L’apertura è con ‘Venus’ e anche in questo caso, come tredici anni fa con ‘Cherry Blossom Girl’, eseguita poco dopo, il testo ci tocca da vicino, con la poca delicatezza di un ago che si conficca sotto la pelle, nonostante le note siano quelle solite, iconicamente delicate, del duo francese. La nostra gioiosa compagnia ci chiede come mai non cantino in francese, lingua che donerebbe ulteriore fascino alla loro proposta, già molto accattivante, e noi non sappiamo cosa rispondere, se non che qualche brano con titoli nella lingua più diffusa nell’esagono possiamo trovarlo nella loro produzione, e anche in questa scaletta, vedi ‘J’ai Dormi Sous L’eau’ (dall’EP del 1999 ‘Premiers Symptômes’) e ‘La Femme d’argent’, ultimo pezzo dell’encore, ma fanno parte del novero di quelli che hanno deciso di non dotare di liriche. Per gli amanti del cinema, arte con la quale gli Air hanno spesso flirtato nella loro carriera, ci saranno ‘Playground Love’, dalla colonna sonora di ‘The Virgin Suicides’ e ‘Alone in Kyoto’, resa famosa da ‘Lost in Translation’, due pellicole dirette da Sofia Coppola. Proprio col di lei marito, Thomas Mars, frontman dei Phoenix, apprezzato pochi giorni fa con la sua band a Rock in Roma, il duo di Versailles ha realizzato una versione alternativa di ‘Playground Love’, inserita nella loro recente raccolta, sebbene nei credits il buontempone abbia usato lo pseudonimo Gordon Tracks. L’appunto che si sente fare a questi artisti francesi è quello di vivere di rendita dei loro successi, ed essendo il loro ultimo album vero e proprio datato 2009 non si può dare tutti i torti ai critici, ma avendo composto dei brani che mai smettono di emozionare anche al millesimo ascolto, ci sentiamo dalla loro parte. Avendo raggiunto da subito vette così alte, correrebbero il rischio di macchiare la loro carriera, se puntassero sulla quantità, in assenza di adeguate ispirazioni. Giocano molto con il vocoder, come i Daft Punk, altri esponenti del French Touch, sebbene questa definizione sia limitante per una produzione così variegata come quella di Dunckel e Godin. Uno dei brani che vedono l’utilizzo di questo strumento è ‘How Does It Make You Feel?’, sulla solita, ma sempre splendidamente trattata, tematica di un amore vissuto in maniera totalizzante. Segue, a chiusura della scaletta regolare, ‘Kelly Watch The Stars’, ed anche il cielo plumbeo di Ostia decide di aprirsi per mostrare tutte le stelle che i presenti al Teatro Antico possono contemplare, sentendosi i protagonisti del brano. La brezza ci regala un momento di sosta da questa torrida estate, consentendoci di non arrotolare le maniche della nostra camicia, così come resteranno al loro posto quelle dei due fondatori degli Air, al solito compìti. Li scorgeremo quando, al termine del concerto, torneranno nei camerini, muovendosi come creature al di là del bene e del male, anche quando sbatteranno dietro le proprie spalle la porta, mentre i fan spererebbero in autografi e selfie. Va bene così, mantenere la distanza da artisti che ci raccontano così bene è il modo più sicuro per continuare a convincerci che vivano le emozioni davvero come noi, e che una volta chiusi nelle proprie stanze pensino ancora alla loro ideale Cherry Blossom Girl.

Andrea Lucarini

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