Air @ Auditorium [Roma, 23/Gennaio/2010]

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Il matematico e l’architetto. La classica e l’elettronica. Il vintage e la tecnologia. Il pop elettronico e il suo ritorno. È il 1995 quando Jean-Benoît Duncke (insegnante di matematica) e Nicolas Godin (architetto) formano la band destinata a riportare in auge elettronica e easy listening attraverso un sapiente miscuglio di elementi (apparentemente) contrastanti. Debitori di Bacharach e Kraftwerk, Serge Gainsbourg e Giorgio Moroder, Jean Michel Jarre e i New Order, gli Air non inventano ma perfezionano un genere – il pop elettronico, appunto – prendendosi il merito di ripescare dal vaso di Pandora sonorità in quegli anni (’90) messe da parte, spennellandole di raffinato french touch. L’incantesimo vale per l’esordio, ‘Moon Safari’, con cui il duo francese fa letteralmente il botto. Nel ‘98, ‘Sexy Boy’ ci consuma le orecchie e il video di ‘Kelly Watch the Stars’ ci deteriora la vista. Sintetizzatori analogici e voci celestiali, basso, chitarra ed atmosfere ambient intrecciati con una semplicità quasi imbarazzanti, considerando i 5 milioni di dischi che, con questa formula, venderanno i due Air. Qualcuno definirà l’esordio “Kraftwerk affogati nello sciroppo di fragole”, qualcuno li chiamerà i “Pink Floyd del nuovo millennio”: (grandi) nomi che lasciano intendere il feedback planetario con cui il ‘Safari sulla Luna’ scompiglia le certezze indie costruite nell’ultimo decennio. Ed in effetti basta sentire la psichedelia con paillettes di ‘La Femme d’Argent’ per credere, almeno per un attimo, che Jean-Benoît Duncke e Nicolas Godin siano i salvatori del futuro del pop. Amanti dei dettagli e fedeli ad una veste live rigorosamente suonata, negli anni, gli Air hanno campionato Morricone e sonorizzato uno spettacolo di Baricco, passando per “The Virgin Suicides”, colonna sonora dell’omonimo film di Sofia Coppola. Ma perdendo, nel frattempo, quel miracoloso french touch che vestiva di magia le melodie stellari dell’esordio e di qualche altra cometa passata (più o meno) velocemente nel firmamento del lounge-electronic-easy-pop.

L’ultimo ‘Love 2’ è forse il punto più kitsch di tutta la carriera del duo. Del tocco francese, stiloso e un po’ retrò, praticamente neanche l’ombra. Eppure la Sala Sinopoli è sold out. Tutti nostalgici? Qualcuno poco aggiornato? O forse gli italiani – in gran parte – non sono esattamente i paladini del buon gusto? Personalmente, ammettiamo un po’ di curiosità. Come se la caveranno i due francesi, con tutte queste aspettative e così tanti (potenziali) punti deboli? A luci accese e con un chiacchiericcio di sottofondo continuo, l’ora dalle 21 alle 22 si consuma tra una performance vagamente dadaista dell’avvenente George Pringle, biondina londinese accompagnata da un laptop e dalle dubbie doti vocali (stonata!) e da una mezz’ora (scarsa) di attesa per la preparazione del palco per il main group.

In un tripudio di strumentazione vintage (almeno, Moog, Vocoder e Mellotron), con un portamento da “bcbg” (bon chic bon genre) l’all white Jean-Benoît Duncke e l’etereo Nicolas Godin salgono sul palco, insieme al batterista dall’aplomb – fortunatamente – meno posato dei due. L’ora e un quarto di concerto si svolge senza sbavature, tra “Grazie mille” robotico-kraftwerkiani, visuals minimali e colorati (qualcuno dirà che avrebbero potuto fare di più) e una scaletta “doverosa”, con tutti i grandi classici e qualche obolo pagato a ‘Love 2’. Sebbene in platea non manchino numerosi entusiasti e su qualche brano facciano capolino dilatazioni psichedeliche, il concerto manca di enfasi, climax, empatia. Sarà il genere musicale, sarà l’algidità dei due francesi o la prevedibilità, quasi monocromatica, del succedersi sapiente di melodie  non  tutte propriamente brillanti, ma si contano su una mano i momenti degni di un appellativo quale “Pink Floyd del nuovo millennio”. Sicuramente l’andamento sognante di ‘Cherry Blossom Girl’, quello più dinamico, quasi acido, di ‘Alpha Beta Gaga’ e la chiusura degnamente viaggiona con sfondo a pois colorati di ‘La Femme d’Argent’. Semi ovazioni su ‘Kelly Watch the Stars’ – immancabilmente accompagnata dal celebre ping pong digitale – ‘Sexy Boy’ e ‘Venus’, sebbene la cappa cristallina che li circonda trema nell’attrito fra un approccio “no surprises” e la reiterazione di un modello – diciamolo – un po’ noioso, su brani che sembrano funzionare più su disco. Quando, con spocchia tutta francese, Jean-Benoît Duncke introduce (se non erro) ‘Alpha Beta Gaga’ ironizzando sottilmente su una certa ignoranza con le lingue straniere tutta italiana (“Io non parlo italiano..voi parlate francese?” e il pubblico “Ouiiii” “Bene, allora potete cantare il prossimo pezzo”, che si rivelerà strumentale), la frattura è compiuta. Non saranno i visuals, le luci o il fumo colorato sul palco; non saranno le hit e neppure il french touch; non saranno le pose da gentleman o la magia di brani velleitariamente sempiterni. Non sarà tutto questo a convincerci. Almeno a noi occhialuti. Ma a giudicare dagli applausi, a molti altri, si.

Chiara Colli

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