Afterhours @ Piazza San Rocco [Nettuno, 28/Giugno/2008]

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Il bello (o il brutto, a seconda dei casi) di questi concerti gratuiti di provincia è che non si finisce mai di stupirsi del pubblico: esuberante, sbracato, esaltato all’inverosimile. È antropologicamente interessante farsi un giro intorno a vedere cosa offrono queste platee: individui improbabili, deliranti e fomentati all’inverosimile che vivono quel concerto quasi come se fosse l’ultimo della loro vita. Un’esagitazione che aumenta di pari passo con la temperatura dell’ambiente. Un cocktail micidiale capace di catapultare dal nulla due tipi a torso nudo che si mandano reciprocamente urli e che prendono i ragazzi circostanti per le corde di un ring. Col risultato che ti ritrovi la schiena irrorata d’un irresistibile, untuosa miscela di sudore e succo di luppolo. Vabbè, ma che sarà mai, tanto siamo ggiòvani!

Ad esibirsi, nell’ambito del festival internazionale Sul mare del Lazio, questa sera ci sono gli Afterhours. Li ho visti così spesso che a tratti, in questa occasione, mi sono sentito come un medico davanti a una radiografia di un paziente abituale. Vediamo cos’è cambiato, vediamo come se la cavano oggi. A farla da padrone saranno i pezzi dell’ultimo ‘I Milanesi Ammazzano Il Sabato’, m’immagino. E in effetti è così, ma a sorprendermi è l’accoglienza: la band fa brillare gli ordigni più esplosivi, proponendo di seguito pezzi come ‘Sui Giovani D’oggi Ci Scatarro Su’, l’inattesa ma gradita ‘Germi’ e ‘La Verità Che Ricordavo’. Poi trovano posto anche ‘Non Sono Immaginario’ e ‘È La Fine La Più Importante’, per un’apertura che mi ha convinto e divertito oltre che stupito. E vi lascio immaginare come abbia divertito il tranquillo pubblico di Nettuno. Com’era da aspettarsi, si scala decisamente marcia subito dopo e si entra in una fase più compassata e riflessiva. È qui che iniziano a trovare spazio i brani dell’ultimo album. Il gruppo propone una buona metà del disco, con brani abbastanza convincenti (quello cantato dal bassista Roberto Dell’Era, ad esempio) e altri meno (in particolare, è l’uso inedito dei cori ad avermi lasciato un po’ interdetto). In generale, l’impressione è che, con l’ultimo album, gli Afterhours si siano un po’ adagiati piuttosto che cercare nuove strade, sfruttando una formula ormai consolidata. A volte s’odono eco lontane di ‘Non E’ Per Sempre’ (il disco), in alcuni pezzi nuovi. Ad ogni modo, il pubblico non si lascia intimorire dalla tenera età del disco e canta tutti i brani già a memoria, a conferma di un trasporto e un coinvolgimento dimostrati a parole oltre che coi fatti. Man mano che il tempo passa, il gruppo rispolvera altri classici come ‘Quello Che Non C’è’ che, nella parte iniziale, vede anche un assurdo tentativo di pogo da parte del pubblico (!) e, in chiusura, l’ottima ‘Bye Bye Bombay’, uno dei loro pezzi migliori degli ultimi anni. Tuttavia, rimangono fuori gran parte dei dischi ‘Germi’ e ‘Hai Paura Del Buio?’, per un’esibizione pulita e senza pecche, ma non travolgente. Lo stesso Manuel Agnelli, accantonata la carica provocatoria e sarcastica degli anni passati, si limita a ringraziare e a segnalare problemi tecnici. D’altronde, gli anni passano per tutti. Non certo per il pubblico. Me l’immagino già organizzare corsi di ripetizione per studiare per bene i testi e allenamenti in palestra per mettere da parte il sudore. Con una buona scorta di birra gelata, ovvio.

Eugenio Zazzara

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