Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso U.F.O. @ Sinister Noise Club [Roma, 19/Novembre/2012]

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Secondo quei simpaticoni dei Maya, saremmo lontani appena un mese e un giorno dalla fine di tutto: largo dunque a dicerie, ironie, Roberto Giacobbo, forse qualche timore. E magari un po’ di filosofia vagamente zen per cui un quintetto di soggetti dagli occhi a mandorla possa decidere di imbarcarsi nell’ultimo tour in UK ed Europa perchè tanto “the world is comin’ to an end so this is our last tour!”, also sprach Mitsuru Tabata di anni 47, da Kyoto. Filosofeggio anch’io che schiatterei ben più tranquillo dopo aver rivisto il suddetto quintetto in azione per la terza volta, quattro anni dopo l’ultima sortita romana, stessa venue. Che belli gli Acid Mothers Temple, sono tutti e cinque gli zii giapponesi che vorrei avere, pronti a insegnarmi i dettami ninja per trovar la via e suonar al meglio ogni sacro strumento tra quelli che imbracciano sul palco. Dei freak ironici che sembrano, consapevolmente o no, recitare ognuno un ruolo diverso nell’ambito della band, estremizzando i connotati di tante e tante band, condendo il tutto con giapponesissimi inchini e voglia di prendersi poco sul serio – come non menzionare gli occhiali da sole con il simbolo della pace di Tabata, ammirateli nella foto in basso, scattata dopo lo show -, bilanciati da esecuzioni maniacali eppure niente affatto prive di una lucidissima follia. Del resto, non può che avere connotati folli una band che vanta una discografia letteralmente sterminata e strabordante di collaborazioni varie.

Apre la serata il trio degli Ape Skull, sonorità dure e acide di marca ’70, il primo accostamento possibile mi sono sembrati i Cream, durante il set anche una cover di ‘Un Posto’ del Balletto Di Bronzo. Ottimo riscaldamento. Koji Shimura, codino e pizzetto, attende pazientemente per sedersi alla batteria, il sorriso e l’inchino che porge a chi lo precedeva è tra le immagini più semplici ed efficaci della serata. Da sinistra a destra: Atsushi Tsuyama al basso, il panzuto Tabata alla chitarra, Shimura, Hiroshi Higashi, ancora e sempre il più vistoso con i lunghi capelli e pizzetto bianchi, i pantaloni di toppe dai colori sgargianti e l’aria da santone, mentre all’angolo, davanti a un Marshall JCM 900, la chioma riccioluta di Makoto Kawabata, deus ex machina della combriccola cosmica in salsa nipponica, si leva un’orrendo pellicciotto nero, il tempo di un’accordatura e senza neanche una parola o un cenno apre le danze. E’ quasi una scossa tellurica che fa tremare la piccola sala del Sinister Noise, già piena: mani sulla tastiera alla velocità della luce, un muro di suono in cui faccio quasi fatica a percepire gli strumenti, le orecchie già rimbombano. Ma è già un concertone e saranno passati dieci secondi. Qualche ritocco ai volumi e il viaggio parte davvero: forse non c’è band dedita a musica quasi unicamente strumentale al mondo che riesca a entuasiasmarmi completamente dall’inizio alla fine come quei cinque lì. Dagli Hawkwind ai corrieri cosmici tedeschi, dai territori dell’hard rock zozzo di psichedelia all’arpeggio sognante di ‘Pink Lady Lemonade’, ripetuto all’infinito, mentre il brano diventa una cavalcata di suoni e suggestioni e a voler dare un’istantanea al tutto basta guardare il coinvolgimento dei cinque o anche del solo Hiroshi: non userà che tre o quattro manopole del suo synth Roland eppure da ogni minimo gesto sembra trasparire una spiritualità che trascende la musica stessa, un viaggio a occhi aperti fino alle pendici del monte Fuji. Per trovarsi poi in mezzo a un’eruzione, con il lato più duro del combo a deflagrare nella riproposizione di ‘OM Riff’, dal recente ‘IAO Chant from the Melting Paraiso U.F.O.’, una riedizione della suite ‘IAO Chant form the Cosmic Inferno’ pubblicata qualche anno fa, ora con in più la presenza di Tsuyama al basso: proprio Tsuyama, che si era prodotto in versi e vocalizzi vari vagamente Damo Suzuki nelle precedenti composizioni, stavolta recita con Tabata un mantra ossessivo  mentre è soprattutto la sezione ritmica a far crescere d’intensità l’esecuzione a ogni riff, un crescendo evidenziato in tutto da Kawabata che, ormai senza inibizioni, si da allo shredding più furioso, prima di far rotare pericolosamente la sua chitarra e io, memore dello show all’ATP 2005, faccio due passi in avanti sperando nell’ennesima distruzione contro gli amplificatori. Ma non accade, la sei corde viene semplicemente appoggiata sul Marshall e lì resta, in mezzo agli applausi più che meritati, a un’ovazione e una insistente richiesta di bis che, purtroppo, non arriva, unico neo ma neanche troppo importante della serata, del resto il povero Shimura sembrava davvero allo stremo. Tsuyama e Tabata sono già al banchetto del merch. Prezzi non popolarissimi, in vendita anche la testata di un piatto con un disegno di Kawabata. Oh, altro neo: sono rimaste solo t-shirt di taglia S e per me è quasi una maledizione che non riesca a comprarne una. Vediamo se riuscirò a rimediare prima di un mese e un giorno, casomai mi toccasse un Cosmic Inferno.

Piero Apruzzese