Acid Mothers Temple & The Melting Paraiso U.F.O. @ Sinister Noise Club [Roma, 23/ottobre/2013]

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Torna dopo neanche un anno dall’ultima performance sempre al Sinister Noise il collettivo di giappofreak più lisergico del pianeta. A pensarci bene, saranno forse quattro o cinque anni che per gli Acid Mothers Temple autunno fa rima con tour europeo, quest’anno particolarmente esteso e multiforme: prima alcune date in Gran Bretagna per Kawabata e Shimura (batterista degli AMT) assieme al bassista/vocalist Kawabe Taigen sotto il moniker Mainliner, progetto di Kawabata riesumato dopo una decade, ora questo tour con l’incarnazione più stabile e produttiva, da fine ottobre infine un’altra tornata di concerti solo nella penisola iberica per tre quinti della band più un altro batterista per una serie di live in cui suoneranno brani dei Black Sabbath. Una band affamata di musica e produttiva come poche altre, per piacere, per voglia, per amore della musica stessa. Forse, amara riflessione, una sorta di dolce costrizione. Lo capisco scambiando anche qualche parola con Shimura prima del concerto, mi colpisce sentirlo ripetere un paio di volte “I’m poor…” con un velo di tristezza negli occhi, ascoltare il suo desiderio di potersi comprare una casetta in campagna e mollare Tokyo, capire quanto la routine tra concerti e studio di registrazione, per quanto non semplice e affatto rosa e fiori, rappresenti buona parte della sua vita e dunque anche due chiacchiere e una birra con chi è pronto ad ascoltare la tua arte possono rappresentare un minimo valore aggiunto. Malinconie a parte, chi ha visto il quintetto già in azione sa cosa aspettarsi: volumi esageratamente più alti dello scorso anno, stesso inizio col botto con libero sfogo di ognuno sul rispettivo strumento, intro alla prima di cinque composizioni che tempesteranno il Sinister Noise per oltre un’ora. La nuova ‘In Search Of Lost Divine Ark’, brano cardine dal recente disco omonimo, è una bella botta tra sporco blues e hard rock duro mischiato con gli scenari cosmici partoriti dal synth di Higashi, sempre in primo piano con il suo aspetto da santone hippy barbuto dalla lunga chioma bianca, e accompagnata dai versi cantati ripetutamente da Tabata e Atsushi: probabilmente nessuno tra il pubblico conoscerà il giapponese ma si tratta dell’ennesimo mantra che ti si piazza in testa per cui non mi sorprendo nel vedere alcuni provare a cantarlo. A seguire, i multiformi scenari psych di ‘Pink Lady Lemonade’ che si ascoltano sempre con piacere. Oddio, in tutta onestà la parte più noise del brano, con Kawabata impegnato a percuotere la sei corde con una bacchetta, è stata talmente rumorosa che ho avuto bisogno di allontanarmi per qualche istante dalla sala ma si è trattato davvero di pochi attimi. L’ode alla dissonante velocità chitarristica di ‘Speed Guru’, infine, è un monumento a Kawabata stesso: così retrò coi suoi stivaletti e i pantaloni a zampa, il fondatore degli AMT dà sfogo a tutta la sua abilità, tra riff selvaggi e shredding esagerato, supportato da un gruppo tanta affiatato quanto fuori di testa, per l’ennesimo crescendo ai limiti della cacofonia e, al culmine, vediamo ancora la sua Stratocaster roteare ripetutamente proprio come lo scorso anno, per poi esser posata sugli amplificatori affinché rilasci gli ultimi stridii. Peccato che stavolta cada indietro aggiungendo rumore a rumore, un fuoriprogramma che chiude degnamente l’ennesima buona prestazione, forse un po’ di mestiere ma la lucida follia che gli Acid Mothers Temple portano ostinatamente avanti da anni meriterebbe applausi a prescindere.

p.s. Spendo due parole per il bel poster della serata opera di Clockwork Pictures, una splendida serigrafia che ho comprato al termine del concerto e che potete vedere in foto.

Piero Apruzzese