Acid Mothers Temple @ Sinister Noise Club [Roma, 31/Ottobre/2008]

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Le Procelle e le bufere possono fermare quelle femminucce dei calciatori, ma un nerd non abbandona per nulla al mondo la rutilante nave del Rochenroll! Arrivo al Sinister Noise zuppo come una spugna e mi faccio largo tra cretidiote con frontino a tema Halloweenizzo; il corto circuito è evidente: in un locale di Roma, viene a suonare un gruppo del Sol Levante, influenzato dal Krautrock e dalle teorie di Stockhausen, nel giorno di una festività anglosassone. Alle 11.30 pm, gli Acid Mothers Temple, inquietante incrocio tra gli appartenenti della setta degli Aum Shinrikyo e i protagonisti di “Elì, Elì, Lema Sabachthani?”, salgono sul palco. I primi pezzi convincono a metà: un po’ di Amon Duull II, un po’ di Sabbath nero, un filino di prog, tutto lasciato lievitare per svariati minuti. Bravi per carità, ma si ha l’impressione di trovarsi di fronte al limite/mania tutta giapponese di copiare alla perfezione modelli occidentali senza aggiungere nulla, sorta di Ghost elettrici o di Earth con gli occhi a mandorla. Poi finalmente Kawabata Makoto si scatena: dalla chitarra tira fuori alla suoni ora acuti, ora gravi e pesanti, suonati alla velocità della luce e atrocemente distorti; Tsuyama Atsushi, impegnato alla quattro corde, smette di emettere litanie new age da Buddha dei supermarket per tenere in piedi, insieme al batterista, solide architetture armoniche, diga atta a contenere le follie del guitar villain; Higashi Hiroshi preso in mezzo tra questo duello tra forma e sostanza, resta indeciso, tra seriosi accordi e riff acidissimi e bordate di sinth che fanno colare il cervello dentro le scarpe. Si procede così per un’oretta buona, fino a che non si approda nella parte finale, più space, con nostri alle prese con atmosfere alla Tortoise di ‘Millions Now Living…’ imbevute di Sun Ra e altre sostanze più o meno legali, mentre Makoto finge di starsene buono buono, intessendo ripetitivi e maligni arpeggi trance. Ma a questo punto è Shimura Koji a dare di matto. Con la malata frenesia di un Shiro Ishii, senza preavviso, incomincia a picchiare selvaggiamente le pelli; il chitarrista non aspetta altro e ricomincia con i suoi giri trita-sassi, fin quando, slacciata la tracolla, incomincia a roteare minacciosamente la chitarra sopra la testa; Hiroshi abbandona la Fender per ripetere una singola nota al sintetizzatore; lo stesso bassista rinuncia al rigore in favore della velocità: ne esce naturalmente un muro di suono da far sanguinare le orecchie. Grandissimi. Reclamati a furor di popolo, c’è tempo per  sbeffeggiare il rito del bis, con un pezzo a base di soluzioni da rock “da stadio” seventies, suonate, volutamente, male e con un testo che ripete allo sfinimento “po-po-po”, e poi gli Acid Mothers Temple se ne ripartono, verso il loro pianeta di fricchettoni scoppiati.

Carlo “Aguirre” Fontecedro

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