A Toys Orchestra @ Circolo degli Artisti [Roma, 13/Ottobre/2007]

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Il ritorno a Roma della band campana. L’orchestra dei giocattoli circondata da un pubblico – troppo? – numeroso riesce comunque a lambire l’immaginazione dei presenti. Calore inusitato, sciolto e diffuso in tutta la sala con la consueta parete in tufo. Una folla densissima attorno agli A Toys Orchestra, tanto cementata da impedire il passaggio di occhi meccanici e umani situati troppo in basso. Ma quella stessa parete ora riprende la band sul palco, attiva dal 1998 e con tre dischi alle spalle. La performance, concentrata e tesa nonostante gli accenti struggenti e le frequenti “fughe” offerte dalle canzoni, è in gran parte incentrata sull’ultimo ‘Technicolor Dreams’. Una “fuga” ulteriore di questa band post rock dagli accenti dolci, dal lessico anglofono ricco e spesso sbilenco, nonostante le apparenze. L’apparenza è quella di un sogno in musica giovanilistico, esacerbato dal canto strozzato e languente di Enzo Moretto e dalla cantilenante inquietudine infantile della tastierista Ilaria D’Angelis, con la melodia stillante pozze di spleen autoreferenziale e succosamente “emotivo”. Eppure, anche nell’ultimo, cinematografico e meno cupo lavoro, si scopre qualche sorpresa: vero struggimento per quelle linee melodiche esasperate, avventate, che superano la mera espressività barocca e si inerpicano in lunghe riflessioni senza parole. Non succede tanto nella pianistica ‘Letter To Myself’ quanto nel ghirigoro circense di ‘Mrs Macabrette’, la cui fisarmonica richiama in parte gli accordi spettrali di ‘Peter Pan’s Syndrome’, dal precedente disco. Mentre le figure dei giovani musicisti si fra-stagliano sulla parete pietrosa, confondendosi con le invenzioni fantastiche dei loro pezzi, nel pubblico numeroso e attento si propaga una sorta di onda lievemente oscillante, piacevole nella sua bella irregolarità. Grappoli di note e picchiate tintinnanti risvegliano dal torpido, eccessivo calore della sala, e attraggono verso gli angoli vuoti in cui l’ascolto possa ricongiungersi con la visione, sempre violacea ed eterea. Non è, oppure non sembra, un’attenzione “comprata”, ma una reale conquista psico-fisica dell’audience da parte di un gruppo dalla veste semplice e dal nucleo incandescentemente originale. Ovvio, ma corposo, arriva il bis, a suggellare la brevità del concerto. Il suono leggero non svanisce, ma lascia la sua traccia nelle orecchie e nelle membra, incrinando in modo strano la percezione dei copiosi sorrisi all’uscita del Circolo.

Chiara Federico

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