A Place To Bury Strangers @ Traffic [Roma, 25/Marzo/2016]

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Era il 2010. I Sonic Youth si sarebbero sciolti di lì a poco e i My Bloody Valentine avevano appena ricominciato a suonare. Avevo diciott’anni quando uscivo dalla mia cameretta per cominciare ad andare a vedere dal vivo alcuni dei gruppi che vedevo nominare in webzine e forum musicali. Il ricordo del mio amico Simone che sviene su un divanetto dell’Init (era davvero così stancante dopotutto l’adolescenza?) e uno dei set più folgoranti che mi sono rimasti impressi di quell’età. E con queste premesse-bagaglio rieccomi qui davanti agli A Place To Bury Strangers, uno dei nomi più chiacchierati di quel periodo, dopo la bellezza di sei anni. Col noise-rock dopo quella scintilla iniziale è durata meno di quanto mi aspettassi (ma ci manteniamo comunque in contatto), e delle coordinate che ho tracciato sopra la vena gaze è quella che invece mi è rimasta in modo più significativo. Insomma, questa formazione chitarra-basso-batteria, che già dal nome si trascina intrinsecamente tutto un immaginario dark/new wave, è l’erede naturale (tra gli altri) di quella New York che odorava di underground, la scena CBGB (fra pochi giorni a Ciampino ci saranno anche i Television, per inciso), o di converso il rigetto no wave della stessa e il resto che ne consegue. Alfieri del cosiddetto nu-gaze (etichetta veramente brutta a dire il vero), che ricicla la lezione dei maestri facendone sfumare ancora di più i confini (rumore, shoegaze e psichedelia che si amalgamano a vicenda), il loro compito sta forse nel lasciare in vita qualcosa di tutti quei fantasmi lì del passato.

Chiudendo così in un breve accenno la storia, questa volta mi trovo al Traffic, comincia il live e la scaletta prosegue principalmente tra cavalcate di violenza intinte di fuzz e overdrive e un bellissimo gioco di luci scenografico che è la cosa che mi colpisce di più nella sua geometricità. Riconosco alcuni pezzi dei primi due dischi, che sono gli unici che ho attraversato della band. Il caos organizzato di cascate soniche ricalcano in ambivalenza l’ipermodernità della contingenza (le onde quadrate, eccetera) e l’apocalissi dell’immaginario che strabordano in schizofrenie metropolitane (il macello, le macerie, le cimmerie). Ma avverto una sfaldatura nella situazione, un qualcosa di troppo stantio; è il punto a sfavore forse più grande: tutto ciò è diventato troppo status quo, l’urgenza underground (ormai nel 2016 diventata una parola decisamente inutile) riesce a sopravvivere solo in maniera cerebrale, nel cortocircuito di energia che non riesce più ad oltrepassare la transenna. Cortocircuito che poi è il fondamento tecnico di questi generi che ne fanno il proprio credo. Comunque, in realtà mi sto un po’ annoiando pensando a tutte queste cose, finché, poco dopo metà concerto, succede qualcosa che mi sveglia. Mentre ad occhi chiusi mi lascio cullare dai feedback in alta frequenza (gli episodi più sonoramente “puri” sono quelli che ho apprezzato di più) non mi accorgo che Dion Lunadon e Oliver Ackermann sono nel frattempo scesi tra la folla, in mano basso, pad, drum machine e un proiettore che lancia sul soffitto uno strano gioco di luci di rosso, blu, punti, cerchi e linee. Altri proiettori vengono distribuiti tra gli altri partecipanti, e comincia una curiosissima parentesi-baccanale electro al centro della ressa. Mi esce spontaneo un sorriso e d’improvviso un’illuminazione: il contatto e il meticciato come via di fuga e soluzione, anche nel rock, soprattutto in certo rock, ghettizzato in un labirinto di specchi auto-citazionistici. Nel finale, risaliti sul palco, ancora qualche chitarra sbattuta contro il pavimento, l’ennesimo frastuono rumorista, accompagnato questa volta visivamente da una frenetica luce bianca ad intermittenza. Quindi è un epoca in cui il riciclo e l’ibridazione stanno esplorando, con il rischio dell’implosione narcisistica, vie in cui poter far emergere il nuovo, l’eccezionale. Insomma anche il rumore e la fu “gioventù sonica” è in piena crisi d’identità: tra passato, futuro, voglia di emersione ma rigetto della stessa. Ma in fondo, forse, è sempre stato così.

Kenta Nakahashi