A Place To Bury Strangers @ Init [Roma, 8/Maggio/2010]

930

C’era una volta una band che voleva suonare come gli (space-gaze) Spiritualized di ‘Lazer Guided Melodies’ ma a volumi molto più elevati, con la fissazione di dover sacrificarsi al Dio della distorsione, con in tasca il santino dei fratelli Reid, con un mal celato istinto verso la violenza sonora. Quella band arrivava da un buco di culo in Virginia chiamato Fredericksburg. Quella band si chiamava Skywave. Tra i tre protagonisti c’era Oliver Ackermann, che ritroveremo impegnato a fondare la Death By Audio (“small hand-made effects pedal company”) e la sua naturale evoluzione nei luridi sobborghi di New York: A Place To Bury Strangers. Una creatura oscura. Fumosa. Satura. L’esordio omonimo del 2007  è un disco crudo. Ruvido. Indisponente quasi. I brani sono di due-tre anni prima. Si sente. Il passaparola è determinante. La parabola ascendente. BJM, BRMC, NIN, MGMT. Supportano queste sigle. Fondamentale la prima, di routine la seconda, furba la terza, inspiegabile la quarta. Se ne accorge la Mute. ‘Exploding Head’ è il risultato di questa nuova partnership. Cinque mesi dopo la controversa esibizione milanese (leggi) Jonathan Smith lascia in favore di Jason Weilmester. Dettagli, poco importa. Gli APTBS calamitano i nostalgici dell’era shoegaze. I fanatici in pellegrinaggio dello spartiacque ‘Loveless’. L’accalorata gioventù nata con ‘Psychocandy’ e colpevolmente cresciuta con scialbi epigoni da quattro soldi.

Arrivo come sempre in largo anticipo. Per gustarmi i dettagli. Due procaci bionde (probabilmente sorelle) sistemano lo spazio destinato al ricco merchandise. Magliette brutte, vinili, 7″, CD, borse e poster. Lascio una banconota alla causa del perfetto maniaco. Serata calda. L’Init si andrà riempiendo lentamente. C’è enorme curiosità. Quando alle 22.30 salgono sul palco i quattro irlandesi The Brothers Movement (guarda video) la sala è colpevolmente ancora mezza vuota. Band giovanissima quella dublinese, fresca d’esordio anche in USA, ma non per questo poco efficace. Anzi. Se date uno sguardo al loro myspace ufficiale, noterete posizionati nella Top degli amici i seminali Brian Jonestown Massacre quanto i Jesus & Mary Chain, piuttosto che i Black Rebel Motorcycle Club o i Doves. Basterebbe questo per inquadrare le influenze e il relativo suono prodotto. L’inizio è molto buono. Volumi alti, bell’impatto, freschi come i sopracitati BRMC non lo sono più da almeno sette anni (epoca secondo album). Poi nella parte centrale del set una leggera flessione. La componente spiccatamente più brit (forse anche più pop) prende il sopravvento sulle prime sferraglianti avvisaglie. Il finale torna ad essere da circoletto quasi rosso. Reiterato. Ben giocato.

Una boccata d’aria, qualche amico con cui parlare solamente di musica, mentre il locale è ormai colmo e in pettegola attesa. Intorno alle 23.30 il palco si ingolfa di fumo. Le due luci laser agli estremi si accendono incrociandosi tra loro. In mezzo allo spazio rimanente prendono posto i tre di Brooklyn. Gli A Place To Bury (da pronunciarsi cortesemente “Beri”) Strangers rompono gli indugi con ‘I Know I’ll See You’, brano che adoperano quasi sempre per aprire i loro show (guarda video), preso direttamente dall’esordio. La radice goth è ben impressa sulla pelle del trio. Evocativa, distante, riconducibile non solo alla voce ma anche a certi passaggi che rimembrano i primi Cure quanto coetanei dell’epoca in questione. Piano piano il muro viene eretto. Una barriera di volumi sanguinanti, distorsioni ed effetti, saette laser e oscurità. I sensi si ottenebrano. Ma i brani vengono inevitabilmente ricoperti, annientati da cotanta coltre prodotta.

Gli A Place To Bury Strangers sono certamente un’esperienza. Ma per essere vissuta appieno dovrebbe durare almeno mezz’ora di meno. Ackermann è uomo furbo. Sapiente nella manipolazione estrema delle stregonerie fatte in casa, tra alambicchi e pozioni sature di feedback. Ma la sensazione straniante di fondo rimane troppo viva per non condurre a qualche critica giustificata. Saremmo cattivi se affermassimo “sotto il vestito niente”. Perchè la seconda parte e soprattutto il finale tra destructo phase e apocalisse shoegaze è da ricordare. ‘Breathe’, ‘Exploding Head’, ‘In Your Heart’ e la compulsiva ‘Deadbeat’ i momenti più riconoscibili degli altri. Un’ora quasi precisa. Con quella coda durante la quale le sagome del trio si contorcono piegate nella nota postura, durante la quale Ackermann brandisce e percuote in terra la chitarra, dove il dolore uditivo si fa lancinante e l’Init una stordente cassa di risonanza. Probabilmente è per questo che gli APTBS vengono definiti la “band più rumorosa di New York”. Probabilmente è per questo che da oggi verranno definiti la “band più furba di New York”. Certamente un’esperienza. Che andava fatta, anche a costo di non riaversi più.

Emanuele Tamagnini

4 COMMENTS

  1. Gli APTBS sono un gruppo faticoso da seguire, ci vorrebbe un periodo di preparazione psico-fisica per affrontarli degnamente. Li ho apprezzati più a roma che a Milano (troppo fumo a stordire i sensi).
    Se dovessero tronare domani non li rivedrei, tra 10 giorni ci farei un pensierino!

  2. Premetto: non li avevo mai sentiti, e quindi sono andato senza alcun tipo di pregiudizio, anzi tanta curiosità… E aggiungo pure che non sono avvezzo a questo tipo di sonorità, che però mi attirano molto (vado per i trentaquattro)…. In definitiva, come ha detto il buon Dj Tamagna, andavano sentiti, ma non so proprio se tornerei per rivederli, intanto mi son comprato il cd, poi dio vede e provvede. Comunque non mi sono dispiaciuti più di tanto, ma forse anche perché sono stato catturato/ipnotizzato dal “muro del suono” e questo è quello che mi serviva ieri sera… P.s. qualcuno mi può spiegare cosa cavolo sia lo shoegaze? Continuo a non capirlo… Un bacio ai pupi…

  3. Concordo, la seconda parte assolutamente migliore. Mi sembra che paradossalmente abbiano iniziato parecchio bassini (delusione immensa all’impatto).
    Una volta alzato il volume è tornato tutto come ci si aspettava, con pezzi come Half Awake, I lived my life… e Ocean a lasciare tutto sommato un bel ricordo: come un ottimo dessert in una cena mediocre 🙂

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here