A Place To Bury Strangers @ Blackout [Roma, 24/Ottobre/2013]

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“In these conditions it’s a wasting of time” è con questa frase che potremmo suggellare la data romana degli A Place To Bury Starngers e poi un’immagine: un basso conficcato nel controsoffitto del Blackout. Ma procediamo con ordine. Trio newyorkese tra lo shoegaze e il noise rock di stampo anni ’80, A Place To Bury Starngers sono una di quelle classiche band d’oltre-oceano che è solita esibirsi con “gruppettini” tipo i The Jesus and Mary Chain, Black Rebel Motorcycle Club o Nine Inch Nails. Giunti ormai, dopo circa 10 anni di attività, ad un discreto successo, se ne vanno ora in giro per il mondo con un proprio tour, accompagnati per questa stagione dai Bambara. Trio anche quest’ultimo noise rock, anzi più noise che rock, i Bambara sono saliti sul palco verso le 22 preparando la scena alle star della serata. Pezzi veramente “rumorosi” introdotti a volte da qualche ritmo più lento e solo apparentemente calmo per poi aprirsi e concentrarsi puntualmente sulla rabbia acustica del batterista, vero e proprio fulcro del gruppo, anzi a dire il vero, basso, chitarra elettrica e sussurri incomprensibili di voce avrebbero potuto anche sparire a favore della pura maestria rombante dell’incantatore di piatti e tamburi. Terminato questo primo set, ecco cominciare a propagarsi, dopo qualche minuto di pausa, fumi grigiastri dalla parte destra del palco – sembra infatti che foschia e confusione visiva siano una costante dei live della band americana – e poi salire e prendere posto in ordine d’entrata: Dion Lunadon al basso (vero spettacolo della serata), Jay Space alla batteria e sulla sinistra Oliver Ackermann alla chitarra elettrica.

Una prima e doverosa osservazione va fatta però agli strumenti utilizzati: fatta eccezione della batteria (forse quella fornita dal Blackout), Dion e Oliver si sono presentati rispettivamente con un basso nero e una chitarra elettrica rosso spento che sembravano appena uscire dallo scantinato umido di qualche ripostiglio dimenticato. Strumenti dalla “carrozzeria” arrugginita, usurata ma forse proprio per questo ancor più affascinante ed intrigante. Dopo qualche primo cavallo di battaglia eseguito più o meno bene, come ‘You are the one’ e ‘Leaving Tomorrow’, in cui la voce di Oliver era comunque praticamente impercettibile, ecco cominciare i veri problemi. Casse d’amplificatori che si accendevano e si spegnevano ad intermittenza, tecnici del suono in seria difficoltà, teste del pubblico che dall’andare su e giù a mò di headbanging hanno cominciato lentamente a scuotersi da destra a sinistra, accompagnate da una mano scivolante sul volto, bloccata poi sulla bocca in segno di scoraggiante quanto sottomessa disapprovazione. E a seguire i segni d’intolleranza sul palco, tra cui i migliori quelli di Dion. Fisico asciutto e presenza scenica alla Shaggy Rogers di Scooby Doo – se non fosse stato per la maglietta mezza strappata sulla spalla  e qualche tatuaggio maligno sul braccio – Dion ha cominciato da prima a sbattere il suo basso qua e là, per poi scaraventarlo e sbatterlo sul controsoffitto del Balckout senza considerare forse che proprio quel controsoffitto poteva risucchiarsi il suo basso che sarebbe rimasto lì conficcato per il resto della serata. Quindi tra il serio e il faceto, impossibilitato a suonare e dopo aver provato pure a lanciare qualche comunicazione stentata con i tecnici del suono ecco sentirlo pronunciare al microfono, con braccia aperte alzate al cielo, la fatidica frase: “I am sorry but in these conditions it’s a wasting of time”. E dal pubblico – che si sa a Roma sin dai tempi antichi dei gladiatori, è forse più interessato allo spettacolo in se per sé che alla sua qualità – ecco arrivare solo applausi e comprensione. E si lascia il Blackout musicalmente un po’ indigesti, ma sicuri almeno di avere un simpatico aneddoto da raccontare agli amici.

Daniela Masella

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