A day with Tony Allen

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Pioniere dell’afrobeat al fianco di Fela Kuti, batterista dalla tecnica incredibile, influenza per generazioni di musicisti, amico e collaboratore – tra gli altri – di Damon Albarn: Tony Allen è un monumento alla musica. A 75 anni il nigeriano è un’autentica leggenda vivente, mai domo e sempre alle prese con una costante ricerca musicale, testimoniata dalla recente uscita del nuovo album ‘Film Of Life’. Apparso pochi mesi fa nella trasmissione televisiva di RaiTre “Gazebo” (“è stato tutto molto veloce ma in fondo divertente”), dopo il trionfale concerto all’Auditori Rockdelux del Primavera Sound Festival il batterista torna in Italia per una data a Roma sabato 6 giugno in occasione della rassegna “Villa Aperta” a Villa Medici. Abbiamo avuto il grande onore di poter fare una lunga chiacchierata con lui, parlando di musica, colleghi, politica e religione.

“Film Of Life” è il suo ultimo disco. Quando ho letto il titolo dell’album ho immediatamente pensato a una retrospettiva o a una sorta di istantanea della sua carriera. Al contrario, ascoltandolo l’impressione è che la sua ricerca ritmica continui: è un’opera fresca, contemporanea. Come si è sviluppata la composizione e quanto è stato importante l’aiuto degli ospiti?

Con il tempo ho imparato a scrivere musica in modo sempre più veloce, ogni anno potrei comporne di nuova se mai lo volessi. Dopo l’uscita del penultimo disco (‘Secret Agent’ del 2009, nda) invece ne ho impiegati cinque per pubblicarne uno nuovo: non volevo ripetere la stessa cosa, muovermi su un tracciato già percorso. Io chiamo la mia musica Afrobeat: ho voluto condurla in direzioni diverse. I ritmi sono tutto per me. Non volermi ripetere significa quindi necessariamente creare nuovi pattern, per nulla simili ai precedenti. L’afrobeat non va suonato in un modo specifico: vorrebbe dire scimmiottare se stessi. L’afrobeat è ricerca. C’è voluto un anno e mezzo per scrivere “Film Of Life”, successivamente siamo andati a registrare live in studio. All’inizio non volevo che ci fosse cantato sul disco, desideravo scrivere un album di afrobeat jazz esclusivamente strumentale. Alla fine, però, mi è stato suggerito di inserire parti vocali e a quel punto ho ragionato sui temi di cui parlare. “Moving On”, brano d’apertura dell’album, è stato il primo titolo che mi è venuto in mente, è un pezzo che parla di passato e presente. Io non mi fermo mai, questo è il senso dell’intero disco.

Suonare ritmi diversi con ciascuno dei suoi arti è sempre stata la chiave del suo stile, nonché una lezione e una sfida per generazioni di batteristi. Quanto è difficile continuare nella ricerca del ritmo? Come riesce a evitare di suonare in modo ordinario? È ancora una questione di allenamento?

Non mi sveglio pensando immediatamente a quanto e come debba suonare ogni giorno, ma tutte le volte che mi siedo dietro alla batteria il mio comandamento è “voglio suonare qualcosa che non ho già suonato”. Persino durante i soundcheck dei concerti improvviso sempre e faccio in modo che qualcuno mi registri, cosicché qualora mi sfugga dalla mente un singolo pattern ritmico possa subito recuperarlo e lavorarci su. È una cosa utilissima.

La lunghezza delle tracce di “Film Of Life” è molto minore se comparata agli album classici dell’afrobeat o agli stessi dischi di Seun Kuti (figlio di Fela, nda), come se avesse voluto condensare in meno tempo quanto in precedenza avrebbe occupato intere facciate di un vinile. La sintesi di minutaggio è stata una scelta?

Assolutamente sì, è una cosa su cui avevo già provato a lavorare in Africa ben prima di trasferirmi in Europa. Scrivere brani lunghissimi aveva un suo senso se fatta con Fela perché, appunto, lui era Fela Kuti: non avrebbe senso replicarla oggi. Lui stesso a suo tempo produsse i miei primi tre album solisti e volle che suonassero in quel modo. Era il produttore, non potevo rifiutarmi di fare come diceva lui. Quando lasciai gli Africa ’70 nel 1978, il primo disco che composi conteneva solo quattro tracce (all’epoca vivevo ancora in Nigeria). Una volta trasferitomi in Europa, capii che per passare in radio ed entrare nel music business era necessario ridurre la durata dei pezzi. Ancora oggi molte mie tracce durano sei, sette minuti e sarebbe ancora possibile accorciarle. In passato su un vinile afrobeat c’era un brano per facciata e le radio spesso intervenivano con editing assurdi che tagliavano tutte le parti più interessanti: rovinavano la magia della musica. Non volevo che facessero questo alla mia. Stavolta persino per “Go Back” – un brano corto rispetto agli standard – mi hanno chiesto un radio edit. Alla fine per il disco ho scelto dieci brani, ma con le bonus track si arriva a tredici canzoni. Ti consiglio il doppio LP, è un’esperienza più completa.

Cosa può dirci riguardo ai temi trattati nel disco?

Quando ho accettato il suggerimento di cantare i brani, partendo da “Moving On”, ho deciso di considerare il fenomeno della migrazione, soprattutto quella disperata sui barconi nel Mediterraneo. La vera tragedia è che la gran parte dei migranti non arriva mai a destinazione. Le imbarcazioni affondano, muoiono bambini che non hanno nemmeno coscienza delle proprie vite. E anche qualora riescano ad arrivare, i migranti non trovano l’Europa che sognano: i salvataggi in mare spesso portano con sé conseguenze peggiori. I centri di accoglienza sono di solito simili a prigioni. Nell’album – in particolare in “Boat Journey” – consiglio di non correre questo rischio eccessivo. Il discorso ovviamente è diverso per quanto riguarda i rifugiati: chi scappa dalla guerra non ha scelta. Il mio invito alla riflessione, invece, è rivolto a chi sogna un’altra vita lontano dalla propria terra: non sempre conviene andar via. Per carità, non intendo dire “non venite in Europa”, io stesso vivo qui, ma ci sono arrivato in aereo e se avessi dovuto correre i rischi di una traversata in mare probabilmente sarei rimasto a Lagos. È un consiglio, un suggerimento a pensarci due volte. Prima mi chiedevi degli ospiti, su “Tony Wood” canta il mio amico Kuku. Il titolo ricorda Hollywoord volutamente, il senso della canzone è: questo è l’afrobeat, non è un tutorial su come si deve suonare l’afrobeat. È il mio approccio alla musica.

Sull’album compare Damon Albarn. Nel 2000 in un pezzo dei Blur intitolato “Music Is My Radar” Damon cantava “Tony Allen got me dancing”. Come si è evoluto il vostro rapporto nel corso del tempo?

Se qualcuno volesse avere Damon come ospite sul proprio album sarebbe un’impresa complessa: è sempre impegnatissimo con i suoi progetti. Con me la questione è diversa, siamo troppo legati. Non siamo amici, non siamo musicisti che collaborano: è un legame familiare. Suonare nei rispettivi studi di registrazione è prassi, non c’è nemmeno bisogno di organizzarci. Avrei voluto che Damon cantasse due pezzi sul disco ma alla fine lui ne ha preferito uno solo, “Go Back”. L’abbiamo registrata live, è venuto appositamente a Lagos per farlo. Non l’avrebbe fatto per nessun altro. È una questione di famiglia, appunto. Possiamo vederci quando vogliamo.

Quanto è rimasto sorpreso dall’influenza che l’afrobeat, la sua musica e quella di Fela hanno avuto su tantissime band europee e americane: tanti giovani citano l’afrobeat come ispirazione.

Ti riferisci a band influenzate dall’afrobeat o a gruppi che suonano afrobeat?

Entrambe le cose.

È ciò che abbiamo sempre desiderato che accadesse sin da quando abbiamo creato il genere. È bello soprattutto vedere giovani bianchi suonare puro afrobeat. Recentemente alcuni ragazzi di Amsterdam – giovanissimi, sui vent’anni – mi hanno invitato a jammare con loro, desideravano mettersi a suonare con me e che dessi consigli al loro batterista. D’altronde, la chiave di volta dell’afrobeat è la batteria.

Come si chiama la band?

Non mi ricordo, ma ne sentirai presto parlare, sono bravissimi. Lo scorso settembre ho collaborato con altri ragazzi negli Stati Uniti, si chiamano Chicago AfroBeat Project. Tante band mi invitano spesso a suonare, non per sostituire il loro batterista ma per fargli assimilare i pattern di base dell’afrobeat. A me piace molto insegnare: la batteria nell’afrobeat non è rock, non è funk, è un mix di quattro o più ritmi suonati allo stesso tempo. Questo è il mio modo di suonare e se non conosci certi trucchi non è afrobeat. Magari ti ci avvicini, ma non lo è. Per questo amo spiegare la mia tecnica. Tutti conoscono il reggae, il rock, il funk. L’afrobeat finalmente sta venendo fuori ed è bello conoscere tanti giovani – soprattutto europei – vogliosi di imparare. Sono loro che porteranno questo genere verso nuovi scenari.

Da batterista lei ha avuto modo di suonare con bassisti del calibro di Paul Simonon dei Clash (The Good, The Bad & The Queen) o Flea dei Red Hot Chili Peppers (Rocketjuice And The Moon). Com’è stato far compenetrare il suo stile personalissimo con il loro approccio altrettanto originale al loro strumento in ambito rock?

Io ho sempre preteso che registrassimo il più possibile live in studio e che capissero i miei pattern. Il sogno di Flea era sempre stato quello di suonare con me e grazie all’intermediazione di Damon ci è riuscito, venendo a Lagos da me. Poi a Londra siamo andati immediatamente in studio da Damon, io mi sono messo a suonare secondo i miei canoni e gli ho detto “questa è la mia parte di batteria, tu cos’hai in mente?”. All’inizio non riusciva a capire il mio groove ma ho lasciato che lui stesso ne sviluppasse uno suo al basso, in modo che andasse d’accordo con le mie parti. Alla fine ha funzionato benissimo. Con Paul Simonon è stato diverso. Erano quindici anni che non suonava il basso e Damon ha voluto che riprendesse in mano le quattro corde proprio per The Good, The Bad & Queen, quindi in primis il problema per lui è stato riprendere a suonare con un batterista. Superato lo scoglio iniziale però è andata alla grande. Tutti di solito hanno difficoltà ad avvicinarsi al mio stile ma in fondo, per quanto poliritmico sia, è sempre un tempo 4/4, non stiamo mica parlando di 6/8.

Crede che lei, Damon e Flea possiate tornare a collaborare come Rocketjuice And The Moon?

La vedo molto difficile. Non credo possa accadere per ora, al massimo può darsi che si torni a lavorare con un seguito a The Good, The Bad & The Queen ma l’opzione Rocketjuice non è assolutamente contemplata al momento.

Quando lei lasciò Fela nel ’78, in riferimento alle sue opere soliste alcuni critici cominciarono a parlare di afrofunk. Crede sia un termine appropriato?

Penso di no, per me è sempre stato afrobeat. Non afrofunk, non afrorock, ma afrobeat: la parola chiave è beat, che è ancora diverso da afrobeats (con la esse, nda). Io faccio afrobeat, questa è la mia musica da sempre.

Una cosa che ho sempre apprezzato dei suoi lavori solisti pubblicati negli anni Ottanta è stata la sua capacità di recepire elementi anche da altri generi come il dub o l’elettronica.

Sai, io sono uno che vuole comporre musica nel modo in cui la pensa, ho sempre voluto evitare di seguire pedissequamente i sentieri sonori altrui. Spesso mi chiedo se ciò che faccio vada bene: se la sensazione è immediatamente positiva allora mi sento tranquillo. Quando ho lasciato l’Africa per Londra lì ho scoperto nuove tecnologie. Fela, per esempio, non aveva mai usato sintetizzatori. Il mio album “N.E.P.A.” (1985, nda) conteneva un sacco di synth e per la produzione utilizzai tecniche di registrazione dub. Provai a far evolvere il mio suono lontano dai paradigmi tipici di Fela.

Suonare afrobeat, non fare un tributo all’afrobeat.

Proprio così. Oggi tanti giovani scoprono la musica elettronica senza nemmeno passare da quella propriamente live tradizionale. Per questa ragione voglio modernizzare ancor di più il mio sound, per il bene dell’afrobeat stesso. Io amo i suoni e gli infiniti usi che se ne possono fare.

Vive ancora a Parigi?

Sì.

Immagino che le chiedano spesso della situazione politica nigeriana, invece preferirei chiederle anche cosa ne pensa in riferimento a quanto accaduto a Charlie Hébdo e alla sua percezione dell’Unione Europea.

Io odio la politica per via dei politici stessi. Pensa a quanto accade con Boko Haram in Nigeria: non è una cosa di ieri, sono parecchi anni che sono lì, eppure se ne parla solo sotto elezioni. Tutto ciò che di negativo succede – penso ai fatti di Parigi a cui facevi riferimento – nasce dall’alto, dalla manipolazione politica di cui tante persone sono vittime. Spesso si tratta di microcriminali che per la fame e la disoccupazione commettono reati e finiscono in carcere, venendo lì in contatto con manipolatori e con certi ideali di cui prima per strada non avevano nemmeno sentito parlare. Puoi anche essere scolarizzato ma se non hai opportunità e lavoro sei soggetto a rischi che comunque sono sempre frutto di manipolazioni politiche dall’alto. Quando sei a terra vuoi rialzarti, la politica invece vuole schiacciarti. La soluzione è scendere nelle strade e protestare, ma i governi ignorano le masse e sono i più deboli a farne le spese, spesso impazzendo. Si gioca con la demoralizzazione della gente, i politici chiedono voti promettendo miglioramenti ma subito dopo le elezioni dimenticano tutto. Ciò accade ovunque. Fela ha cantato tantissimi pezzi descrivendo innumerevoli ingiustizie, denunciandole in sostanza tutte: è mai cambiato nulla? Per questo con la mia musica preferisco non attaccare singoli personaggi o trattare solo determinate questioni: non cambia nulla. Non sono un militante, alle loro orecchie suonerebbe persino retorico. Cambiare il sistema non è il mio obiettivo: spiace dirlo ma è una perdita di tempo.

La definirebbe disillusione?

Non saprei. Mi chiedo sempre quando ci sarà una vera e propria pace, senza che tutti guardino al proprio vicino con invidia. Io attendo con impazienza il giorno in cui non venderanno più armi, in cui non se ne produrranno più. Fino ad allora, finché le cose andranno in questo modo, possiamo dimenticarci la pace. Tra l’altro la situazione peggiora: gli Stati cosiddetti civilizzati dicono di voler sradicare la violenza dai paesi più poveri eppure insistono nel fornire loro armi per il proprio tornaconto. È una missione impossibile.

Lei crede in Dio?

Sì, credo in Dio. Sono un credente fervente. Nasco cattolico come mia madre, mentre mio padre era protestante. Da bambino prendevo la comunione ma poi ho smesso di andare in chiesa, il che non significa assolutamente smettere di credere. Crescere con genitori di due confessioni diverse mi ha insegnato a non vedere differenze religiose: sono entrato in contatto con musulmani, cristiani o animisti in completa armonia, senza nemmeno immaginare che si potesse lottare per la religione. In fondo parliamo sempre dello stesso Dio, ce n’è uno solo per tutti quanti. Puoi chiamarlo come vuoi, ma è uno solo. Ci tengo a specificare una cosa: non credo in nessun predicatore (lo ripete più volte, nda). Hanno lo stesso sangue che scorre nelle mie vene e non mi lascio condizionare da nessuno. Ciò non significa che io non creda in Dio, anzi.

Un’ultima domanda: qual è città che preferisce tra quelle in cui ha vissuto?

Vivendo a Parigi da anni è sicuramente la città che metterei al primo posto. La Lagos di un tempo resta nel mio cuore ma purtroppo è stata devastata dall’inettitudine dei governi. In generale aspiro a vivere nel posto in cui posso lavorare al meglio: se non mi sarà permesso, ne cercherò uno più adatto alle mie esigenze.

Intervista raccolta da Livio Ghilardi

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