A day with Giuda

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“Ad un certo punto quasi non ci credevamo più, ma ci siamo meritati tutto”

Intervista nuda e cruda a Lorenzo e Tenda dei Giuda, la band romana che fa impazzire Stati Uniti ed Europa

C’è sempre una prima volta, anche per le cose più semplici, a me ad esempio non era ancora capitato di fare un’intervista in un posto che non fosse la venue il giorno del concerto. Infatti quando ci eravamo sentiti con Lorenzo Moretti, fondatore, chitarrista e compositore principale dei Giuda per accordarci sull’intervista gli dissi che avrei avuto piacere di farla prima della data di Roma, in modo che potesse tornargli più utile anche in sede di promozione. Così lui mi ha invitato a casa sua. Casa Moretti è piena di vinili, che ho timore di mettermi a guardare per non esserne risucchiato, ma la prima vera sorpresa non si fa attendere, infatti in cucina trovo anche Ntendarere Djodji Damas, per gli amici Tenda, il cantante, intento a mangiare peperoncini a morsi insieme a Igor, il loro ex-driver. La sorpresa sta nel fatto che di solito le interviste (almeno tute quelle che ho letto finora) le aveva sempre fatte solo Lorenzo. Il clima è già confidenziale, del resto ci eravamo già conosciuti un annetto e mezzo fa in occasione del Bobby’s Summer Fest in Molise, dove andai insieme a Le Mura che suonavano prima di loro. Dopo qualche chiacchiera ci mettiamo comodi ed iniziamo quella che di lì a poco si rivelerà come una delle interviste più belle e sincere che abbia mai fatto. Non poteva che accadere con una band come i Giuda, cui ho candidamente confessato di vederli quasi come una specie di supereroi, per quello che fanno, come lo fanno ed i risultati conseguiti, ovvero essere una delle realtà rock italiane più apprezzate all’estero.

Facciamo un bilancio a un anno dall’uscita di ‘Speaks Evil’. Dalle speranze prima dell’uscita al tour americano. Cos’è cambiato?

Tenda: Beh sicuramente la percezione che la gente ha del gruppo. Anche perché il disco ci ha effettivamente dato modo di arrivare ad un pubblico più ampio, a partire dagli Stati Uniti dove il tour s’è concluso nel migliore dei modi, con diversi show andati sold out in posti importanti sia per il nome che per la capienza. Poi pure la seconda parte del tour europeo ci ha dato la conferma di aver raggiunto finalmente un livello superiore.

Le capienze dei locali dove avete suonato negli Stati Uniti da quant’erano mediamente?
 
Lorenzo: Beh dipende, però per esempio il primo sold out a sorprenderci davvero fu quello a Long Beach, Los Angeles praticamente, in un locale da 500 persone e con diverse altre rimaste fuori. Ovviamente sono capitate anche delle buche, pochissime per fortuna, pure perché gli Stati Uniti sono grandi e non si può pensare di suonare solo di weekend e nelle città principali. Rispetto alle volte precedenti però abbiamo visto che c’era davvero l’attesa, specie nella costa ovest dove non eravamo mai stati.

Possiamo dire che questo appena trascorso sia stato il vostro miglior anno finora?

Lorenzo: Beh sì. Forse anche per il cambio di etichetta, con Buring Heart abbiamo avuto una maggiore visibilità. Lo abbiamo notato in tutta Europa, ma specialmente in Inghilterra dove, Londra a parte perché lì siamo andati sempre molto bene, nelle altre città prima faticavamo sempre.
Tenda: E’ stato un crescendo continuo.

Che ne pensate dell’annosa questione sui gruppi italiani che cantano in inglese? Immagino sappiate che esistono tutta una serie di scuole di pensiero a riguardo e che comunque è abbastanza raro che rock band italiane vadano così bene all’estero. Siete l’eccezione che conferma la regola?

Lorenzo: Ovviamente cantare in inglese ti apre delle porte, questo era quello che noi volevamo e vogliamo ancora. Capisco chi preferisce cantare in italiano perché è più facile esprimersi, però noi non ci siamo mai voluti precludere la possibilità di avere un pubblico più vasto.

Una volta ricordo che quando intervistai una band olandese (i DeWolff ndr) chiesi loro come mai cantassero in inglese e non in olandese. La risposta mi colpì particolarmente perché mi dissero “Questo genere nasce dove si parla inglese, quindi fare diversamente sarebbe come vedere un film doppiato anziché in lingua originale, lo puoi fare, ma non è la stessa cosa”. In Italia poi ci facciamo pure molti più problemi (e pippe mentali) sulla pronuncia eccetera… Voi mi pare che sfatiate abbastanza tutto questo.

Lorenzo: Guarda io non è che non me lo sia mai posto questo problema, anche perché comunque ci teniamo a comunicare qualcosa e con ‘Speaks Evil’ abbiamo sicuramente fatto dei passi avanti da questo punto di vista. Per il resto abbiamo parlato diverse volte con amici e fan inglesi di questo fatto e loro ci hanno detto che trovano fico sentir cantare con un accento diverso perché gli sa di esotico! Comunque non è una novità… gli Abba sono svedesi, eppure hanno avuto un successo planetario, i Kraftwerk sono tedeschi e comunque cantavano in anche inglese…

Invece tornando al tour negli States, dove mi dicevate di aver trovato una grande accoglienza, non vi è capitato nemmeno una volta di notare un atteggiamento di supponenza, da chi vede gente di fuori fare qualcosa che hanno inventato loro?

Lorenzo: A dire il vero questa cosa l’ho percepita più in Italia che non in Inghilterra o negli Stati Uniti. A Londra siamo veramente amati. Io non ho mai vissuto un atteggiamento ostile nei nostri confronti.

Tipo uno straniero che viene qui a cucinare e noi la viviamo alla “ma che me voi insegnà a fa l’amatriciana?”

Lorenzo: Esattamente!
Tenda: Anzi, il contrario, l’atteggiamento più diffuso è di gratitudine, perché magari ci dicono “state suonando un genere che amo e non sentivo più da molto tempo!”
Lorenzo: Ma infatti questo atteggiamento c’è più qui in realtà ed oltre ad essere un po’ provinciale è anche tipico di chi forse prova un po’ di invidia, magari.

Possiamo affermare che rientrate in quel paradosso riassunto con “vanno meglio fuori che in Italia”?

Lorenzo: Mmmh… a questo punto forse sì, è una cosa che ci dicono da un sacco di tempo e io rispondevo che andavano bene anche i concerti in Italia. Alla fine tolte le grandi città tipo Bologna, Roma, Milano, Firenze, in provincia è un pochino più difficile. Però in posti come Stati Uniti e Inghilterra la media è più alta.
Tenda: Spagna e Francia pure.
Lorenzo: Lo vedi anche dalla qualità dei festival estivi comunque, a volte pure lontani dal nostro genere, tipo un paio di festival metal in Francia ed in Olanda dove siamo stati accolti alla grande, pubblico da paura. Fantastico.

Come facenti parte della “vecchia guardia” che ne pensate della scena indipendente attuale ed in particolare della scena romana?

Lorenzo: Ci sono band che mi piacciono molto, cito gli Holiday Inn che penso siano uno dei migliori adesso in Italia. La scena la vedo un po’ in ripresa, magari a metà degli anni 2000 si era un po’ spento tutto, forse perché prima non c’era niente, tipo a fine anni 90 e quindi quando si organizzava un concerto vedevi la gente che aveva fame di andarsi a vedere i gruppi. Poi forse ci siamo un po’ assuefatti, perché a Roma ad un certo punto c’erano tantissimi eventi che però andavano deserti o quasi. Però abitando qui a Tor Pignattara la sera esco, vado in zone vicine tipo il Pigneto e vedo che ci sono un sacco di posti tipo il Fanfulla, dove ci sono sempre cose interessanti non solo nel weekend. Da questo punto di vista mi sembra che la scena romana si sia risvegliata.

In che modo vi tenete in contatto con il pubblico e che tipo di feedback vi influenza?

Lorenzo: Noi abbiamo un grande rapporto col nostro pubblico, ovviamente all’estero è diverso perché si crea più attesa, mentre in Italia suoniamo più spesso, però quando vedi tutta la gente sotto il palco che canta le canzoni questa è la cosa che ci influenza più di tutte. O che ci aspetta al banchetto del merch. Quello che facciamo puntualmente infatti appena finisce un concerto, dopo esserci fumati una sigaretta magari è andare subito al banchetto a berci una birra con i ragazzi là.

Ok, invece per quanto riguarda feedback che poi vi possono influenzare nelle scelte di tipo artistico?

Lorenzo: No, questo no. Questo è un problema che io non mi pongo.
Tenda: Noi proponiamo e poi la gente decide se gli piace o meno.
Lorenzo: Non vogliamo essere un jukebox, non ho mai pensato di fare tre o quattro ‘Racey Roller’ (album d’esordio dei Giuda) solo perché quello era andato bene e allora “squadra che vince non si cambia”.
Tenda: Secondo me ormai si è capito il modus operandi del gruppo e anche la gente che viene a vederci non si aspetta sempre le stesse cose. Mi da quest’impressione, altrimenti non avrebbe senso proprio quello che è successo di recente.  

L’ultimo disco infatti ha una deriva più hard-rock vicina agli Ac/Dc, mentre prima la vostra arma era stata l’unire il glam brit anni 70 con il punk oi. Cosa vi ha portato a cambiare?

Lorenzo: I primi dischi sono un po’ più simili perché sono nati in un periodo più stretto. Noi ci siamo trovati “costretti” ad iniziare a scrivere dei pezzi nuovi già durante il primo tour perché altrimenti non riuscivamo ad avere nemmeno una scaletta! Quindi abbiamo già iniziato a suonare dal vivo i pezzi che poi sarebbero finiti su ‘Let’s Do It Again’, che è il secondo album e che comunque è diverso da ‘Racey Roller’, perché aveva già perso quella “cattiveria punk”. Noi al primo album ci siamo arrivati da un’esperienza pregressa con i Taxi in cui eravamo molto più veloci. E’ normale, c’è evoluzione, sei contaminato da quello che ascolti, dalla gente che conosci, dai gruppi che suonano con te e spero che il quarto disco sia ancora diverso da ‘Speaks Evil’, che per me è il nostro migliore.

Quindi il nuovo disco è già in cantiere? Ci sono già delle idee, avete buttato giù qualcosa?

Tenda: Diciamo che è in fase embrionale.
Lorenzo: Sì, sappiamo che è il momento di iniziare a scrivere i pezzi nuovi ma non c’è un’idea di base, perché come ti dicevo prima non partiamo da un preconcetto, non diciamo “allora dovrà essere così…” ti posso dire che per quanto mi riguarda potrebbe essere ancora più incazzato, perché io mi sento incazzato in questo periodo, ma poi dobbiamo vedere pure cosa diranno gli altri perché ognuno ci mette del suo, che ne so, magari Tenda fa una ballad…! (ride)

Featuring e collaborazioni li avete mai presi in considerazione invece?

Tenda: Mah, non so, non ci ha mai interessato. Da sempre comunque, anche in passato, boh forse siamo complicati noi. A volte è anche difficile, perché per fare determinate cose devi avere un ottimo feeling. Poi a livello di testi Lorenzo per ‘Speaks Evil’ si è sentito con un amico inglese.
Lorenzo: Sì, Tim Orchard lui è di Bath, lui è più grande di noi, aveva un gruppo negli anni 80 ma non ricordo il nome, comunque è un gran frequentatore della scena punk e collezionista di glam, aveva suonato un periodo con quello degli Art Brut, avevano fatto questo gruppo che si chiamava Glam Chops.

Qual è stato il vostro momento di svolta?

Lorenzo: Quando abbiamo deciso di puntare su questa cosa seriamente, lui (Tenda) ha lasciato il lavoro, anche se guadagnava 10mila euro al mese… (ride)
Tenda: Sì, sì. Ad un certo punto ho detto preferisco fare la fame e darmi musica! (risate) Guarda, sicuramente dopo ‘Let’s Do It Again’ ci siamo ritrovati e valutato che per fare le cose in una certa maniera bisognava prendere una decisione. O si fa una cosa o se ne fanno cento altre.

(Interviene Igor che chiede perché come punto di svolta non considerano allora il primo album)

Lorenzo: Beh sì, col primo disco abbiamo effettivamente riscontrato che c’era un’attenzione che non era mai arrivata prima, però il punto di svolta è stato quando abbiamo deciso di farlo come un lavoro. Ma non inteso in senso negativo tipo “la mattina mi sveglio e che palle devo andare a lavoro”. No, come un lavoro nel senso che ogni giorno pensiamo ai Giuda e facciamo qualcosa per i Giuda, che siano le prove, l’intervista, scrivere una canzone, o anche cose più noiose come la gestione della contabilità che la fa Daniele (Tarea, batterista). E’ un lavoro vero e proprio. Siamo sicuramente dei privilegiati perché facciamo il lavoro che abbiamo sempre sognato fin da quando eravamo piccoli e ad un certo punto quasi non ci credevamo più, poi invece le cose sono andate inaspettatamente bene in questo senso.

Quindi siete riusciti ad arrivare al traguardo di vivere di musica?

Lorenzo: Sì, viviamo di musica, ma è dura, perché a volte guadagni quella cifra che ti permette di pagare il mutuo e fare qualche altra cosa, altre invece dobbiamo tirare più la cinghia, come quando si suona meno dal vivo e solitamente noi suoniamo tanto. Però ci sono i momenti in cui ti devi fermare per fare il disco nuovo. Non è una passeggiata, come diceva Bon Scott “it’s a long way to the top if you wanna rock’n’roll” e diceva pure “I tell you folks, it’s harder than it looks” però si fa con tutta la passione e la voglia, perché è quello che ci piace. La mattina ci vediamo per le prove, se abbiamo il concerto riproviamo la scaletta per l’ennesima volta, perché sappiamo che il live è il nostro punto di forza, quindi non dobbiamo fare cazzate, dobbiamo spaccare sempre, perché poi se ne inizi a sbagliare due, tre o quattro può essere che ti sei bruciato qualcosa di importante.

Questo in termini di applicazione quanto vi è costato? Intendo proprio a livello di difficoltà nel conciliare la vita personale con la vita da musicista.

Lorenzo: I problemi personali sono all’ordine del giorno e li viviamo insieme, nel senso che si trasmettono anche sugli altri. Ci sono stati momenti duri, poi noi non siamo certo il gruppo che decanta cose per fare i Rolling Stones della situazione, ma abbiamo avuto i nostri impicci diciamo, che poi fortunatamente abbiamo risolto anche insieme, poi c’è Tenda che è come Madre Teresa di Calcutta… aiuta tutti!
Tenda: C’è una quotidianità che possono essere i problemi con la famiglia, la compagna, il figlio (chi ce l’ha)… queste cose devono essere gestite nell’ordine di un progetto comune. Noi siamo in cinque e perciò ci sono cinque quotidianità con cui fare i conti. Però abbiamo la fortuna di aver tutti molto chiaro l’obiettivo, quindi quando c’è da agire e mettere sul piatto quello che il gruppo sa offrire stiamo tutti pronti e sul pezzo. Logicamente le difficoltà ci sono e i comportamenti condizionano…
Lorenzo: I COMPORTAMENTI!!! Ma chi sei? Spalletti?! (risate)  
Tenda: …condizionano non solo il gruppo ma anche chi vive fuori da esso. Io non è che sto 24 ore su 24 con Lorenzo o gli altri. L’importante è cercare di trovare quel minimo di equilibrio, che non è facile, conosciamo tantissimi di gruppi che sbroccano o si sfasciano…

Lorenzo: Te immagina stare un mese intero tutti insieme dentro un furgoncino, pure scomodo, a girare per gli Stati Uniti quasi tutto il tempo.
Tenda: Ci sono giorni che neanche ci parliamo, ma è normale, uno ascolta la musica, un altro legge e poi si va sul palco. Sappiamo che ci sono quelle 2-3 ore in cui siamo al locale per il check ed il concerto in cui però dobbiamo dare il 100%.
Lorenzo: In questo modo possiamo gestire anche le tensioni, perché sappiamo che poi svaniscono. Ovviamente può capitare, ma noi non abbiamo mai litigato seriamente. Scazzi o discussioni ce ne sono, è normale, specie se ci sono problemi personali che si amplificano o che trasmettono qualcosa di negativo anche agli altri. Da questo punto di vista siamo fortunati perché prima che gruppo siamo amici. Perché io con Tenda e Danilo siamo praticamente nati insieme, ma anche con gli ultimi arrivati Daniele e Michele (Malagnini, chitarrista) abbiamo avuto la fortuna… ma forse siamo stati bravi noi a scegliere.
Tenda: Probabilmente anche loro si sono avvicinati a noi perché facevamo le cose in un certo modo, perché siamo anche tipi piuttosto pignoli in quello che facciamo. Quando scendiamo dal palco il primo pensiero non è la sigaretta o la birra, ma “Tu hai fatto questo? Io ho fatto quello. Te hai fatto quell’altro?” e se c’è un problema a volte ci scappa anche il confronto duro a caldo, perché il giorno dopo non deve ripresentarsi di nuovo il problema che è successo. Questo se non sei rodato, o se non c’è quella consapevolezza di gruppo che ci deve essere, alla lunga può creare dei problemi. Però noi ci troviamo bene così anche perché poi c’è la voglia di risolvere i problemi quando vengono fuori, magari uno inizialmente può essere più o meno aperto, ma poi se qualcosa di grosso bolle in pentola se non è in cinque magari è in due, ma si cerca in qualche modo di venirne a capo, anche perché la cosa più importante resta sempre e solo una: Giuda. Non è che gli altri vengano dopo, però facciamo in modo di gestire le cose affinché il progetto comune non ne debba soffrire più del dovuto.

Ma prima di iniziare a raccogliere i frutti del lavoro per i Giuda, ci sono stati ostacoli da superare per convivere anche con il lavoro che uno faceva prima di potersi dedicare solo alla musica?

Tenda: Guarda ti posso dire la mia esperienza personale, io ad un certo punto suonavo, allenavo due squadre di pallacanestro, seguivo la preparazione atletica di gruppi semiprofessionistici e professionistici, avevo la scuola la mattina, seguivo atleti che rientravano da infortuni, gente sotto contratto con squadre di A2… e magari mi capitava di fare il concerto ad Alessandria finire all’una e mezza, andarmene in albergo, ripartire alle 4, arrivare in aeroporto, volare a Roma e alle 8 ripartire con la società che doveva andare a fare la trasferta a Firenze! Però lo fai, o almeno, se hai voglia di farlo lo fai, poi certamente quando il progetto musicale cresce e gli impegni lavorativi rimangono quelli e sono importanti, in più hai pure la situazione da gestire a casa, la tua vita affettiva… comincia a diventare complicato e lì a quel punto devi fare una scelta. Io per esempio con la mia compagna mi sono proprio seduto a tavolino a parlarne apertamente “Ho quest’età e queste occasioni capitano una volta solamente, io lo voglio fare. Però lo facciamo insieme?” Quindi c’è anche il modo di mettere sul piatto le questioni, io l’ho fatto così e c’è chi lo fa diversamente, ma penso che più si condivide con le persone con cui condividi la vita, più riesci a trovare il modo di incastrare bene le cose, ma soprattutto hai di fronte delle persone che sono più pronte anche ad accettare i sacrifici che tu fai, perché i sacrifici che fai non sono soltanto tuoi, ma si ripercuotono su chi ti sta accanto, chiunque sia. Se questo però è tutto chiaro nella tua testa e tu questa chiarezza la comunichi poi si scalano le montagne. E noi secondo me in certe situazioni abbiamo scalato le montagne.  

In che maniera vi regolate all’interno del gruppo? Avete delle regole e mansioni ben definite quindi…

Tenda: Sì, un ufficio di produzione non lo abbiamo. Perché Daniele si occupa della parte amministrativa, io di quella delle produzioni live insieme all’agenzia, Michele dei rapporti per quanto riguarda la Siae, sia in Italia che all’estero, Danilo (Valeri) pensa al merchandise, quindi ordini, spedizioni, magazzino, grafiche, ecc. e poi c’è colui il quale deve fare i pezzi buoni sennò lo licenziamo (ride guardando Lorenzo)! Ognuno è autonomo, responsabile e propositivo nel suo ambito. E’ una struttura abbastanza quadrata e tutte le figure esterne che si vanno a interfacciare con noi ci riconoscono un’organizzazione abbastanza… militaresca!
Lorenzo: …stalinista!

Quanto e in che percentuale hanno inciso elementi come fortuna, bravura e tempismo?

Tenda: La bravura sta alla base di tutto, non voglio peccare di superbia ma secondo me noi facciamo bene quello che facciamo. Però poi tu hai detto due parole chiave che sono “tempismo” e “fortuna” che fanno sicuramente la loro parte.
Lorenzo: Sono d’accordissimo, certo la fortuna è importante, ma noi abbiamo fatto la gavetta. Suoniamo insieme dal 1992, io avevo 12 anni e lui (Tenda) ne aveva 14. Erano altri gruppi, erano altre cose, ma siamo stati sempre insieme. Non pensavamo un giorno di arrivare dove siamo arrivati, ci speravamo e ci abbiamo sempre creduto. Quindi sì la fortuna, ma noi ci siamo veramente un po’ meritati quello che abbiamo.
Tenda: Ce lo siamo andati a cercare!

Ho notato nei vostri live e poi ho letto qualcosa a riguardo in un’altra intervista, che per quanto vi riguarda tutto o quasi è studiato e preparato, dai vestiti a certe mosse sul palco. Si vede che c’è una cura dietro, quanto lavoro ci vuole e perché avete scelto questo tipo di approccio rispetto ad uno più anarchico e imprevedibile?

Lorenzo: Il perché abbiamo scelto questo approccio sinceramente non lo so, è venuto naturale. C’è una cura maniacale verso qualsiasi cosa che riguardi il gruppo. Che va dal sound, quindi la parte artistica, ma anche ai live. Ci sono dei momenti in cui magari sappiamo che ci giriamo in tre dalla parte della batteria e Tenda esce, che abbiamo, non proprio “studiato” ma maturato e che ora fanno parte dello show. Anche perché quando suoniamo non è che sappiamo che al minuto X dobbiamo fare una determinata mossa come dei robot, siamo comunque liberi, però organizzati.
Tenda: Sapere che c’è un’organizzazione ti da anche più sicurezza ed aiuta a far sì che lo show abbia un impatto sul pubblico. Non siamo un gruppo che subisce il pubblico… anche qui non voglio allargarmi, però siamo noi che gli imponiamo un po’ quello che è. E questo passa tramite un’organizzazione, è un atteggiamento, tu sai che nulla viene lasciato al caso e sai che con quell’assetto riesci a rendere tot, poi c’è quello che metti in più che può essere un passetto o qualsiasi cosa. Noi per esempio non siamo un gruppo che chiacchiera tanto e questa “mancanza”, ma secondo noi non lo è, è sopperita dal fatto che il live è fisico ed emotivo. Una parola in più o una in meno cambia poco.
Lorenzo: Questo è l’esempio giusto. Noi non siamo intrattenitori, non riusciamo a parlare dal palco, non ci appartiene, né a Tenda né a me. Quindi che fai? Finisci un pezzo e… (mima rumori dell’accordatura della chitarra) No! Ne attacchiamo subito un altro. Se io per esempio mi devo accordare gli altri iniziano a fare un’altra cosa affinché non si senta questa nostra mancanza.

Infatti per “studiato” non intendevo una cosa che risultasse forzata, ma proprio un lavoro in funzione della resa ottimale dello spettacolo…

Lorenzo: Il punto è che noi, visto che non siamo neanche dei mostri di tecnica, cerchiamo di rendere al massimo con quello che sappiamo fare. Per esempio se non sai fare l’assolo di chitarra, non lo fai! Se non sai cantare in falsetto non ci canti, fai un’altra cosa.

Girare molto significa farsi anche molti amici, ma nemici invece ve ne siete mai fatti?

Tenda: No, non direi, nemici no. Possono capitare discussioni a volte con dei promoter, ma anche da questo punto di vista noi siamo un gruppo che presta poco il fianco ad incomprensioni o a problemi. Noi per esempio sappiamo che ci son tempistiche da rispettare, sia quando siamo in tour con band più grandi che per i concerti nostri,. Se per esempio c’è il get-in alle cinque, noi alle quattro e un quarto siamo al locale. Siccome noi pretendiamo rispetto siamo i primi a darlo, anche perché crediamo sia giusto nei confronti di un locale che ha aperto, che ha montato il palco, che fa lavorare un bar…

Igor: Guarda Nick, io ho lavorato con loro e ti posso aggiungere che innanzitutto c’è il rispetto per la gente che ha lavorato per il concerto. Perché dietro un live non c’è solo il gruppo che sale e suona, c’è quello che sta al bar, la produzione, il fonico di palco… decine e decine di persone che rendono tutto possibile. Il sentimento dei Giuda è sempre di gratitudine verso tutti quelli che gli permettono di suonare.

Tenda: Sì perché per esempio quando siamo arrivati all’Hellfest che non eravamo nessuno, suonando prima di gente tipo ZZ-Top, Marilyn Manson, Faith No More… dopo ci sono venuti a fare i complimenti, non solo per lo show che abbiamo fatto ma anche perché siamo stati seri e professionali. E’ questo che ti permette di poterti confrontare e proporre ad un livello più alto… Se sei uno che si ubriaca… che poi non è non beva, anzi, non è che non mi riportino a braccia sul furgone a volte, però non lo faccio nel momento in cui poi vado a rompere i coglioni a uno che sta lavorando.

Ok, adesso passiamo alla domanda “cazzarona”, perché la Roma non vi ha ancora chiesto di comporre un nuovo inno?!
(NB: I Giuda sono romanisti sfegatati, uno dei loro brani più famosi ‘Number 10’ è dichiaratamente dedicato a Francesco Totti)

Lorenzo: Quando abbiamo conosciuto Pallotta in America ce l’ha pure detto, mi piacete molto più voi della musica che passano all’Olimpico!
Tenda: La verità è che Venditti s’è messo de traverso!!! (risata generale)

Siete superstiziosi? E se non lo siete… ce l’avete fatta, ce la state facendo o a che punto siete?

Lorenzo: No io no sono superstizioso, non ho riti, né niente. Non credo che ce l’abbiamo ancora fatta, come ti dicevo “it’s a long way to the top…” però penso che siamo sulla strada giusta, mi aspetto di poter ancora migliorare e crescere in futuro. Sono convinto che quello che stiamo facendo durerà e non saremo solo una meteora.
Tenda: Anche perché quello che abbiamo fatto non ci è successo un giorno per caso, ma è stato costruito col tempo, mattoncino per mattoncino.

Come convinci uno che non vi ha mai visto a venire al vostro concerto?

Tenda: Un concerto così non lo hai mai visto.

Intervista raccolta da Niccolò Matteucci

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