A day with ANDY ROURKE (The Smiths). Intervista Esclusiva.

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Il trionfo della normalità. Il trionfo della semplicità già dalla fortunata scelta del nome, che voleva essere una chiara reazione a quelle band che invece ne avevano usato di “complicati” per enfatizzare la propria musica. Il “non look” che presto passerà agli annali come la perfetta alchimia autoriale della coppia Morrissey/Marr. Nella primavera del 1982 si perfeziona una delle più straordinarie avventure musicali del nostro tempo, in una plumbea e fuligginosa Manchester, per opera del quasi ventenne John Maher, che per hobby scrive recensioni sul Record Mirror, gioca a pallone con discreto successo (sostiene provini con il Nottingham Forest e con il City) ma soprattutto suona la chitarra con estrema scioltezza seppur le sue prime esperienze musicali – alcune delle quali (vedi Freak Party) divise con il compagno di scuola Andrew Michael Rourke e con il batterista Simon Wolstencroft – siano destinate a naufragare in breve tempo. L’incontro con Steven Patrick Morrissey, di quattro anno più vecchio di lui, è di quelli che segnano un’epoca. Come Marr anche Morrissey ha sangue irlandese nelle vene, adolescenza caratterizzata dalla depressione, avido lettore e amante di miti USA (New York Dolls, The Cramps, James Dean), può vantare significativi passaggi artistici in seno a The Nosebleeds e Slaughter & The Dogs, entrambi i gruppi guidati da Billy Duffy che successivamente ritroveremo alla guida dei Cult. Tutto questo preambolo di sintesti storica per introdurre la più grande band britannica post-Beatles: THE SMITHS. Con l’arrivo del batterista Michael Joyce (ex The Hoax e Victim) – che prende il posto di Wolstencroft (che ritroveremo in una prima incarnazione degli Stone Roses e quindi nei Fall) e del bassista/tuttofare di studio Dale Hibbert il quartetto comincia a registrare alcuni demo. Ma sia Morrissey che Marr non sono soddisfatti del lavoro di Hibbert che dopo due apparizioni live viene messo alla porta sostituito dall’ex compagno di studi di Marr Andy Rourke. Rough Trade, maggio 1983, ‘Hand In Glove’. Tutto ha inizio. Tutto è pronto.

“Risponderò con piacere alle domande che riguardano il presente, sono un po’ stanco di fare interviste about The Smiths, tutti possono avere information about quel periodo. Mi piace la tua intervista perchè non mi chiedi troppo about The Smiths”. Andy Rourke mi sorprende. Questo integro 46enne sopravvissuto all’eroina fa parte della mia vita da oltre 25 anni. Essere (sfacciatamente) di parte non è un reato, se per esserlo si chiede aiuto ai sentimenti, alle emozioni, dunque anche al cuore. Avrei voluto chiedergli il mondo intero. Avevo preparato decine di domande ma alla fine ho giudiziosamente (quasi) evitato quelle relative proprio agli Smiths. Una storia scritta centinaia di volte. Documentata, filmata, archiviata, studiata, celebrata, romanzata. Non sarebbe stato eticamente corretto. Anche se per fare questo mestiere al meglio bisogna ogni tanto ficcare il naso nel posto giusto. Andy Rourke oggi vive a New York. Fa il Dj quasi a tempo pieno (come l’ex compagno di sezione ritmica Mike Joyce), continua a fare il bassista di professione (si è appena tirato fuori dal progetto Freebass di Peter Hook dopo aver collaborato attivamente al debutto ‘It’s A Beautiful Life’ – “I think the final result was great”), produce nuove band come quella che mi presenta con entusiasmo (The Bowery Riots “sono molto soddisfatto di quello che stiamo realizzando. Già si parla molto a New York di loro e sono sicuro che sfonderanno presto…”) e divide la sua vita con la compagna italiana Francesca di professione video editor – che scopro con orgoglio essere una ex-attivissima lettrice di Nerds Attack! (“quando vivevo a Roma consultavo sempre il tuo sito per tutto: concerti, interviste, recensioni… davvero complimenti!”) -, oltre che con il suo micio Spanky (“un gatto pazzo innamoratissimo di Andy”).

Andy il tempo passa ma sei più attivo e in forma che mai. So che ora a New York hai un nuovo programma radiofonico… come è nata l’avventura dietro al microfono?

Tre anni fa sono stato invitato a condurre un programma radiofonico alla XFM di Manchester. Il progetto è durato solo un anno perchè poi ho deciso di terminare la collaborazione. All’inizio ero libero di scegliere la musica che volevo, in seguito, poco alla volta, hanno cominciato a chiedermi di suonare canzoni commerciali, pezzi che non mi piacevano. E’ diventata un’imposizione e non ho voluto compromettermi, quindi, in comune accordo abbiamo terminato il contratto. Da un anno vivo a New York ed ho iniziato a collaborare con un’altra radio, EastVillageRadio.com (web radio), una delle più importanti emtittenti a NYC. 60 dj’s collaborano e contribuiscono ogni giorno con la passione a far vivere EVR.

La tua attività come Dj è però molto significativa soprattutto “sul campo”. Cosa suoni solitamente?

Ma sai il dj set dipende molto dal mio “mood” che è assolutamente diverso in ogni serata. A causa degli impegni in studio con i Bowery Riots ho dovuto annullare degli appuntamenti in primavera proprio in Italia. Spero però di poter venire presto magari con un tour “sponsorizzato” proprio da Nerds Attack!

Per alcuni anni hai organizzato l’evento benefico Manchester Vs Cancer, cosa è che ti ha spinto a creare questo appuntamento annuale?

Tutto è iniziato quando il mio ex manager britannico (Nova Rehman, ndr) mi disse che sia alla sorella che al padre era stato diagnosticato un tumore. Volevo fare assolutamente qualcosa per aiutarli, così ho pensato subito di organizzare un concerto che potesse raccogliere dei fondi. Doveva svolgersi in una piccola location magari solo con un paio di band, ma quando ho chiamato un po’ di amici musicisti, beh… tutti hanno aderito con estremo entusiasmo, ho quindi realizzato che poteva venire fuori un evento molto grande ed importante. Abbiamo prenotato la venue più grande della città (Manchester Evening News Arena) ed è stato un successo enorme con un insperato sold out. L’appuntamento si è poi ripetuto per tre anni (dal 2006 al 2009, ndr). Ora sto seriamente pensando di fare una cosa simile qui a New York.

La tua prima esperienza musicale si chiamava Freak Party, è passato molto molto tempo, ma cosa ricordi di quella band che dividevi anche con Johnny Marr e Simon Wolstencroft?

I Freak Party furono determinanti per la creazione del futuro sound degli Smiths seppur non riuscimmo a realizzare nulla nel breve tempo della nostra esistenza come band. Abbiamo provato sette sere a settimana per due anni (ridendo, ndr) ma non ci esibimmo mai dal vivo! Come ripeto, guardando indietro, questa band contribuì moltissimo a definire il nostro sound.

Il tuo compagno di scuola Johnny Marr a quel tempo ti chiamava “wild child”… ricordi perchè?

Perchè dopo che i miei genitori si separarono io e miei tre fratelli rimanemmo “home alone” e cominciammo ad assumere ogni tipo di droga conosciuta dal genere umano! Così capitava che qualche volta arrivavo a scuola ancora sotto l’effetto di qualcuna di quelle…

Manchester è stata testimone chiave per la musica britannica, cosa pensi ci sia di così speciale nella tua città?

Mmm… credo che ci sia qualcosa nell’acqua!

Non c’è dubbio che gli Smiths “are never dead”. Band senza tempo che continua ad avere un posto di privilegio nel cuore della gente. Entrasti nel gruppo nel 1982… avevi 18 anni… cosa ricordi di quel precisio giorno?

Di anni ne avevo 17! Johnny mi chiamò per registrare alcune cose con un nuovo vocalist e con un nuovo batterista. Arrivato allo studio la prima persona che incontrai fu Mike Joyce. Aveva un’energia a dir poco nervosa ma mi piacque immediatamente. Johnny e io cominciammo a imparare le canzoni  – ‘Miserable Lie’ e ‘Handsome Devil’ – Morrissey arrivò subito dopo. Ricordo benissimo che entrò nello studio indossando un cappotto che gli arrivava fin sotto i piedi. Camminò avanti e indietro per circa dieci minuti senza parlare… mi piaceva la sua energia. Il resto probabilmente è storia!

Cinque anni e quattro album per riscrivere la storia della pop music. Eravate consapevoli che stavate entrando a poco a poco nella leggenda?

Leggenda? E’ una parola grande. Ti confesso che è molto molto difficile riuscire a “guardare fuori” quando una cosa la stai vivendo in prima persona da dentro. Tutti noi cercavamo solo di provare a fare al meglio la nostra musica.

L’influenza della musica degli Smiths è ancora tangibile, viva, vivissima. Quando ti capita di sentire un gruppo che si ispira chiaramente alla vostra imprescindibile opera, quale reazione hai…?

Ogni band che ho ascoltato in vita mia è stata influenzata da qualcun’altra, lo stesso vale per me e così via. E’ un ciclo naturale che non potrà mai interrompersi.

La vostra fu una separazione inevitabile?

Si.

Successivamente agli Smiths hai lavorato praticamente con l’elite della musica UK. Da Sinead O’Connor agli Adult Net (vedi Fall) e più recentemente da Badly Drawn Boy a Ian Brown. Riesci ancora ad arricchirti artisticamente con queste collaborazioni?

Assolutamente si. Con ogni artista con cui ho avuto l’onore di collaborare ho tratto linfa vitale per la mia personale esperienza di musicista. Ti assicuro che è davvero impossibile per chi fa questo mestiere smettere di voler imparare…

Come bassista invece quali sono stati i tuoi riferimenti?

Ho sempre cercato di fare le mie “cose” ma se devo dirti dei nomi non ho dubbi: John Entwistle, Mick Karn, Bill Wyman, Paul McCartney, John Paul Jones, Stanley Clarke e James Jameson. I am still alive and continue to play the bass. Ask my widow who is the heir!

Siamo arrivati alla fine, ultime parole per i nostri lettori?

Spero di incontrarvi presto (sto cercando di imparare l’italiano). Grazie.

Intervista raccolta da Emanuele Tamagnini

[foto concessa dall’artista]