Unaltrofestival @ Circolo Magnolia [Milano, 1/Settembre/2016]

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L’afa milanese è molto più inclemente di quella romana, me ne accorgo molto presto, appena appoggio il mio piede sull’incandescente asfalto che domina lo scenario della città, dopo un demenziale blablacar preso alle 5.30 del mattino (per chi vivesse sulla luna, o qualora mia nonna mi stesse leggendo, blablacar è un servizio di passaggi in automobili private a prezzi modici). L’occasione che mi porta nella città meneghina è però delle migliori: UNALTROFESTIVAL, giunto alla sua quarta edizione, che negli scorsi anni ha già ospitato: MGMT, Tame Impala, Horrors, The Dandy Warhols, tanto per citare i nomi più altisonanti.

Per parlarvi del giorno di apertura del festival sono costretto a cominciare dalla fine: devo assolutamente parlarvi di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros dal vivo, se non altro per la manifesta superiorità che hanno dimostrato in questo primo giorno della bella rassegna milanese. Non sono mai stato un fan sfegatato della band, ho sempre compreso (ma mai accolto) le critiche negative che gli son state mosse dai miei “critici” di riferimento, non ultime quelle delll’influentissimo Pitchfork che in più di un’occasione li ha (non molto) candidamente descritti come dei mezzi-fantocci prestati a un “fricchettonismo” guru di facciata. E ancora pseudo-mistici animisti, questo genere ha detto già troppo, eccetera. Quando attaccano a suonare il Magnolia è già gremito e in fervente attesa, e basta l’attacco di ’40 Day Dream’, pezzo di apertura del loro esordio discografico ‘Up From Below’, per far capire che il pubblico è quasi tutti lì per loro, e che dal vivo l’affollata band californiana è di pregiatissimo valore. Edward Sharpe – alterego messicano e messianico di Alex Erber – è visibilmente su di giri per l’ultima data del tour europeo della band, bellissimo e caracollante si concede appieno al pubblico, mostrando carisma, energia e un mestiere. I Magnetic Zeros fanno il loro e anche di più. In perfetta simbiosi con il loro frontman si destreggiano in repentini cambi di dinamica, interruzioni e giochi con il pubblico in una dialettica continua, smentendo rapidamente le sbrigative critiche di cui sopra. Lo spirito della musica di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros si muove proprio attraverso il più puro spirito di condivisione e di coinvolgimento fra artista e audience, in cui le barriere sono sempre più sfumate e quasi scompaiono in Home, il più grande successo della band, in cui il pubblico è chiamato a cantare la parte di Jade Castrinos. E ancora, Edward Sharpe che scende a cantare passando praticamente in mezzo a ogni persona del pubblico, e ancora, che chiede al pubblico di raccontare una storia, una storia qualsiasi. Immagino che qualcuno leggendo sorriderà di queste amenità post-hippie, ma la realtà è che da sotto il palco tutto questo non era solo estremamente credibile, ma profondamente bello ed intenso, come se davvero in quel momento l’unica cosa importante fosse essere là, a sentire quelle canzoni in mezzo a gente danzante, bolle di sapone, odore di fumo, di birra e di sudore. Poi, come per magia, compare la cover di ‘Instant Karma’ di John Lennon a rompere gli argini dei tuoi sentimenti e a darti quella sensazione che in tempi meno aridi amavano chiamare “good vibrations” senza doversi vergognare.

Ma torniamo al principio. Giungo al Magnolia, dove non ero mai stato d’estate, abbastanza in orario per godermi un frammento dei Sunday Morning, band resuscitata(si) nel 2012 per merito e determinazione dei componenti dopo circa sei anni di inattività. Citando la band: “non si lasciano le cose a metà”. I romagnoli Landlord hanno l’onore d’inaugurare il main stage del Magnolia, la band – attiva ormai da quattro anni – è in uscita con il nuovo singolo ‘Farewell’ che anticipa il loro secondo EP ‘Beside’, confermando il loro percorso fra le maglie dell’elettro-pop e del trip-hop caro in particolare ai Portishead, o ai Massive Attack meno “neri”. Il discorso fatto per Edward Sharpe & The Magnetic Zeros vale in scala decisamente ridotta anche per gli Strumbellas. Nonostante io li mal tolleri, devo riconoscere di essermi divertito a tratti, ciò non toglie che ascoltare gli Strumbellas è un po’ come andare fare il bagno a Fregene, puoi anche divertirti ma non lo consiglieresti a chi ha dei gusti raffinati. I canadesi Strumbellas, stranoti per il loro singolo Spirits, sono una band molto divertente ed anche piuttosto gradevole da vedere, e tutto sommato è anche piacevole vederli zompettare sul palco al ritmo del loro indie-alternative-country. Faccio appena in tempo a perdermi, o meglio ascoltare in lontananza, ‘Spirits’ per aspettare in posizione strategica due band che per me sono di un’altra categoria. Con il pubblico ancora in estasi per il live di Edward Sharpe & The Magnetic Zeros (di cui abbiam parlato sopra), salgono sul palco i Daughter. Il trio dream-pop britannico, per chi non li conoscesse, è una delle giovani creature della 4AD, autore di un dream-pop che riesce ad essere tanto magnetico quanto algido e distante, come da tradizione anglosassone. Non è difficile farsi incantare dalla fragilità dei testi e della voce di Elena Tonra, e anche il pubblico di UNALTROFESTIVAL, dopo un breve momento di disattenzione e smarrimento, si lascia investire dall’intimo fascino della band albionica, subissata di applausi a fine concerto. UNALTROFESTIVAL si riconferma come uno dei mini-festival da cerchiare in rosso nel calendario da qui agli anni a venire.

Luigi Costanzo

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