65daysofstatic @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Ottobre/2013]

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Certe volte la vita concertistica ti mette davanti a dure scelte. Come quando, nella medesima serata, si esibiscono 65daysofstatic e Acid Mothers Temple in due locali diversi della stessa città. Quanta abbondanza! Alla fine, nonostante inenarrabili dissidi interiori, optiamo per il post-rock degli inglesi in quel del Circolo degli Artisti, consci che sarebbe stato peccato mortale ignorare nuovamente l’ennesimo ritorno capitolino della band (negli ultimi anni i 65daysofstatic hanno più volte calcato i vicini palchi dell’Init prima e del Circolo poi). Giungiamo quindi al locale di Via Casilina Vecchia riscaldando le orecchie con l’ascolto di ‘Wild Light’, recentissimo convincente lavoro del gruppo. Arrivati in loco, mentre pochi avventori guardano Real Madrid-Juventus sul maxischermo all’esterno, ci tuffiamo nella già pienissima sala, inondata senza complimenti dalle note degli australiani Sleepmakeswaves. Colpisce subito l’impatto deflagrante della band, la quale al post-rock più tradizionale aggiunge una energica verve chitarristica che talvolta fa pensare al (post)hardcore e addirittura a reminiscenze stoner (la somiglianza fisica del bassista Alex Wilson col mitico Nick Oliveri certamente contribuisce a suffragare tale impressione). Un approccio diretto di innegabile effetto, un tellurico crescendo di suoni che si sommano con studiata irruenza. Il pubblico si mostra curioso e attento come raramente succede con i gruppi spalla – di questi tempi, perlomeno – e alla fine della breve esibizione concede copiosi applausi, mentre la band, soddisfatta, cede il palco ai sodali inglesi con il sorriso stampato sui volti. Speriamo di rivederli quanto prima, il tempo per un tour da headliner sembra ormai maturo.

La mezz’oretta di cambio palco scivola via velocemente mentre, all’interno, il Circolo degli Artisti si riempie oltremodo e l’aria comincia a riscaldarsi a dismisura. Finalmente i quattro musicisti di Sheffield prendono possesso del palco tra le urla di approvazione del pubblico e subito si parte con la doppietta ‘Heat Death Infinity Splitter’ e ‘Prisms’, che su disco rappresenta l’inizio dell’ultimo ‘Wild Light’. L’algido synth introduttivo dà il via ad un crescendo emotivo di post-rock fortemente irrorato da sostanza elettronica che, strato dopo strato, si sedimenta nei sensi degli astanti, il cui coinvolgimento è totale. Si torna indietro di poco tempo andando ad attingere dal penultimo ‘We Were Exploding Anyway’ (AD 2010) con l’uno-due ‘Crash Tactics’ e ‘Dance Dance Dance’. Se il primo pezzo mostra quanto forte sia l’influenza di certa drum’n’bass nelle ultime produzioni marchiate 65daysofstatic, il secondo esalta ulteriormente la sezione ritmica, con il batterista Rob Jones in stato di grazia coadiuvato alle percussioni dal bassista tuttofare Simon Wright. Il pubblico balla e si lascia traspostare battendo le mani, muovendo catarticamente ogni parte del proprio corpo. Poche le parole scambiate da Joe Shrewsbury con i presenti, ma quel tanto che basta da rendere l’atmosfera intima, quasi familiare, e a creare una sinergia destinata a rimanere intatta per tutta la durata del concerto. La parte centrale dell’esibizione quindi si mostra maggiormente orientata sui più canonici toni post-rock: spazio ulteriore all’ultimo album con ottimi pezzi come ‘Unmake The Wild Light’, ‘Taipei’ e ‘The Undertow’, senza disdegnare l’eccellente passato rappresentato, ad esempio, dall’esordio ‘The Fall Of Math’, risalente a quasi dieci anni fa. La chiusura è irresistibile: l’esplosiva ‘Retreat! Retreat!’ prima e l’emozionante ‘Radio Protector’ poi (con un Paul Wolinski al piano davvero sugli scudi) fanno piazza pulita di qualsiasi cosa possa pararsi dinanzi ai 65daysofstatic, in un energico turbinio emozionale che non lascia nessuno indifferente. ‘Safe Passage’, emotivamente sognante come i Mogwai hanno insegnato, chiude il concerto così come fa con l’ultimo ‘Wild Light’. I quattro (saltuariamente assistiti da un secondo chitarrista su alcuni brani) salutano il pubblico, ma è evidente che i presenti non siano ancora sazi. Tra gli applausi la band ritorna e concede un ultimo pezzo: ‘I Swallowed Hard, Like I Understood’, estrapolata dal debutto già ampiamente tributato, conferma i 65daysofstatic tra le migliori e più originali band di quel versante terrestre che guarda costantemente verso l’Universo in espansione.

Livio Ghilardi