65daysofstatic @ Circolo degli Artisti [Roma, 10/Settembre/2012]

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Dovendo pensare ai gruppi che mi hanno più sorpreso dal vivo, una menzione speciale andrebbe sicuramente ai 65daysofstatic. Il gruppo di Sheffield, con la sua miscela di post-rock ed elettronica, mi ha conquistato – più che per gli album in studio (sicuramente validi, in particolare i primi due episodi) – per l’impatto devastante dei loro live. E allora, visto che non c’è due senza tre, nonostante la delusione dell’ultimo ‘Silent Running’, non ci penso due volte ad inaugurare la mia nuova stagione concertistica con i quattro ragazzi inglesi. Arrivo al Circolo degli Artisti verso le 22 ed entro nella sala appena in tempo per ascoltare il primo pezzo degli Electric Sarajevo. La musica della band si accosta anche bene con la serata, ma purtroppo il loro materiale che mescola post-rock ed elettronica (ma dimenticatevi le frenesie dei 65dos, qui l’approccio è più drammatico ed emozionale) non riesce a coinvolgermi a pieno, soprattutto per delle linee vocali che non sempre appaiono convincenti.

Bisogna aspettare quasi le 23 per vedere sul palco Joe Shrewsbury, Paul Wolinski, Rob Jones e Simon Wright. Sin dall’inizio il concerto è esattamente all’altezza dei miei ricordi e delle mie aspettative, con un unico piccolo-grande inconveniente: i primi tre pezzi sono dominati unicamente dalla batteria nervosa dell’impressionante Rob Jones, vera spina dorsale delle vincenti prestazioni dal vivo della band. Dopo qualche lamentela del pubblico il settaggio migliora (un po’) anche se le chitarre rimarranno un po’ troppo basse per tutto il concerto, tanto che lo stesso Shrewsbury si lascia scappare una stoccata all’impianto del Circolo degli Artisti (ma a dire la verità la band aveva incontrato lo stesso identico inconveniente negli scorsi due concerti tenutisi all’Init). Nonostante questi piccoli problemi il concerto procede senza intoppi fra l’entusiasmo del pubblico. I 65daysofstatic dimostrano di essere una delle pochissime band post-rock che riesce a coinvolgere il pubblico non solo con la musica, ma anche con un approccio on-stage degno di questo nome, senza essere in alcun modo ridicoli, eccessivi o goffi. A trainare il concerto è senza dubbio il materiale proveniente dal penultimo ‘We’re Exploding Anyway’, disco iperattivo che praticamente annullò le influenze post-rock del gruppo e che inevitabilmente divise i fan della prima ora. Oggi come allora (2010), confermo la mia opinione positiva su un lavoro che dal vivo mostra la sua anima vincente nella sua forzata ritmicità e nel suo voluto effetto stordente/inebriante. Oltre agli attesi classici ‘Retreat, Retreat’ e ‘Radio Protector’, il gruppo sceglie di eseguire ‘This Cat is a Landmine’, uno dei miei pezzi preferiti del gruppo, che, ironia della sorte, sarà uno di quelli eseguiti peggio di tutto il concerto. Il bis fra l’entusiasmo generale, esattamente come due anni fa, è ‘Tiger Girl’ che durante la sua lunga cavalcata di 10 minuti riesce a far ballare un po’ tutti. Ancora una volta la band di Sheffield esce trionfante dalla capitale. Non c’è due senza tre… ma a questo punto credo che andrò anche al prossimo.

Luigi Costanzo

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