24 Grana @ Alpheus [Roma, 3/Marzo/2011]

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Una serata come tante, in preda alle prime febbrili fuoriuscite di primavera, e un locale spazioso e multilivello. L’Alpheus resta, al di là della genuinità della sua programmazione, uno di quei luoghi ancorati ad un preciso territorio e ad una lunga storia di urbanizzazione musicale,e  nel suo contesto accoglie i melodici mai neomelodici 24 Grana. Con la sostituzione del bassista Armando Cotugno e l’entrata in scena di Alessandro Innaro la band si presenta sul palco a quasi un’ora dall’orario stabilito (ma senza ulteriori attese affidate a gruppi spalla, probabilmente anonimi), con poche parole di introduzione a dispetto di una produzione discografica verbalmente carica, che li accompagna dall’esordio ‘Loop’ e che prosegue con il nuovo, per molti spiazzante, La stessa barca. Francesco di Bella porta sul viso dolcemente ambiguo e nella figura nervosa i ricordi di un percorso ormai lungo, ma il live corposo e concentrato dei nuovi 24 Grana riesce ad evitare il rischio di un abbandono melanconico ed esclusivo al passato, al raccoglimento ostinato in un tunnel post-adolescenziale di immagini e suoni. Risuonano forti, e sempre pregnanti, i richiami di pezzi come ‘La Costanza’ e gli altri estratti del complesso e splendido ‘Metaversus’, capace di far nascere quasi un nuovo genere tra reggae, rap, pop ed elettronica unita a liriche  pensose e insieme radicali in “lingua” napoletana. E ci si muove spesso, cantando e mimando anche i brani dell’acerbo e violento esordio del ’97, con la rivisitazione dub dell’ottocentesca ‘Lu cardillo’ su tutto, fino ad arrivare al 2008 di ‘Ghostwriter’, incontro con il cantautorato romano non sempre animato dagli stessi impulsi vitali dei primi dischi. I pezzi de ‘La stessa barca’, registrato negli USA con l’ausilio di Steve Albini, sono piccole scariche non ancora metabolizzate di un album che suona obliquamente “normale”, con il fantasma di un livellamento rockettaro ed esterofilo costantemente alle spalle e i testi tanto asciutti da sembrare minimi: eppure il singolo ‘Ombre’ insieme ad episodi come ‘Malevera’ sembra svelare, ancor di più nella resa live, un’anima non propriamente radiofonica. Accanto alla rincorsa ritmica di chitarre si avvicendano ancora una volta i brandelli di storie territoriali e universali, l’osservazione di un tempo lancinante e inane che uno sguardo personale tenta costantemente di percuotere, sollecitare, stringere. La voce che fa emergere quelle storie è ancora acre, giovane e antica.

Chiara Federico

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