Gorillaz @ Lucca Summer Festival [Lucca, 12/Luglio/2018]

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Un mese fa ero al matrimonio del mio mentore, nonché collega recensore, colui che mi ha iniziato all’attività che da ormai sei anni svolgo su questa famigerata webzine tra complimenti, insulti e talvolta indifferenza. Il tavolo al quale venni assegnato per il ricevimento si chiamava ‘The Universal’, in onore alla canzone dei Blur, e tra un bicchiere e l’altro il mio vicino di posto, ormai grande amico, ai matrimoni dopo qualche bicchiere si diventa tutti grandi amici, mi chiese se i Blur non fossero per caso la seconda band del cantante dei Gorillaz. Gli risposi di no, che era il contrario, prima di andare a cercare il novello sposo per raccontargli l’episodio. Ridemmo molto, ma il prode Kirill, ex coinquilino londinese nel nostro amico, ci aveva ormai fatto instillato il dubbio. Noi cresciuti a pane e britpop ci dovevamo rendere conto che la nostra band preferita era un’entità che faceva parte del passato, e per le nuove generazioni Damon Albarn era prima di tutto Quello dei Gorillaz. In effetti da un po’ di tempo avevamo avuto avvisaglie che ci avevano convinto a procurarci il biglietto con congruo anticipo, in coincidenza con la sua data di uscita, per evitare di perdere la possibilità di vedere per la prima volta in Italia la cartoon band più famosa che ci sia. Dieci milioni di fan su Facebook, per quanto dato spalmato sull’intero globo terrestre, erano abbastanza preoccupanti, specie se rapportati a quelli dei Blur che sono poco più di due. Anche la visione del biopic del 2010 ‘No Distance Left to Run’ ci aveva fatto riflettere, nel tratto in cui l’intervistatore pone l’immancabile domanda ad Albarn riguardo agli eventuali progetti futuri dei Blur e lui risponde candidamente che non ne avrebbe di certo bisogno per sbarcare il lunario, visto che coi soldi dei diritti di ‘Clint Eastwood’ dei Gorillaz potrebbe campare di rendita per sette vite.

Ma è davvero così celebre la band a cartoni animati formata da Damon e dalla matita di Jamie Hewlett che finora non si era mai e dico mai esibita in Italia? Non ci resta che salire in macchina, metterci dentro un paio di persone che condividono la stessa passione, fare il pieno e puntare dritti verso Lucca, pensando alla follia di vivere nella città più popolosa d’Italia e doversi spostare in un comune che ha meno di novantamila abitanti per vedere un concerto, dove secondo logica ci dovrebbe essere una minore affluenza, almeno basandosi sui residenti. Tre ore e mezza di viaggio, si parcheggia fuori le mura che costeggiano la città, si passeggia nei vicoli della città medievale e se si eccettuano un paio di baretti molto frequentati non si nota un gran caos, non sembra che di lì a pochi metri si stia per svolgere un evento che accoglierà molte persone. Accediamo a Piazza Napoleone non molto prima delle 21:30, orario indicato come quello di inizio concerto, e la troviamo del tutto piena. Di fronte al palco e ai lati, dove sono posizionati due maxischermi, sembra non esserci spazio nemmeno per uno spillo, ma le nostre due compagne di serata si insediano con delicatezza ed efficacia in attesa dell’inizio del live facendoci ottenere una buona posizione, destinata a migliorare col tempo quando, esperienza insegna, alcuni delle prime file crolleranno poco alla volta ed usciranno dalla ressa per andare a prendere acqua, aria, birra, o tutte queste cose insieme. Dal momento in cui i Gorillaz salgono sul palco a quello in cui il concerto finisce passano cinque minuti. O almeno così sembra, visto che secondo l’iPhone, che dire orologio sarebbe una menzogna, la durata sarà di un’ora e mezza precisa. Un ritmo incalzante, sollecitazioni continue dallo schermo dove vengono proiettati i visual ed in alcuni casi direttamente i video dei vari pezzi composti dalla band virtuale. Damon Albarn alias 2D sale sul palco con una giacca, che toglie quasi subito, e ci mancherebbe visto il clima, nonché una felpa gialla Stone Island che siamo sicuri diventerà capo di culto tra i fan del poliedrico artista. L’espressione, l’atteggiamento, la gestione del palco sono diverse da quelle di ogni altra sua versione che abbiamo visto in precedenza live, coi Blur o da solista. Sembra più duro, quasi immedesimato in quel 2D che è suo avatar in questo progetto al quale tiene molto. Carica il pubblico, non lo battezza con le solite bottigliette d’acqua, si alterna a vari strumenti (chitarra, tastiera, clavietta), in alcuni casi tiene una posizione centrale, in altri si defila, lasciando il centro della scena al bassista Seye, ottimo elemento, e al chitarrista Jeff Wootton che sfoggia una cresta alla Taxi Driver, entrambi al suo fianco anche nell’intero, passato, tour solista. Oltre ai succitati sul palco ci sono anche due tastiere, due batterie e sei coristi, questi ultimi figure immancabili in tutti i progetti di Albarn. I pezzi tratti da ‘The Now Now’, uscito appena un paio di settimane fa, sono ben sette, ma la setlist arriva fino all’omonimo album d’esordio, dato alle stampe nel 2001. L’obiettivo iniziale, troppo ambizioso, era quello di rendere preponderante la parte fumettistica anche nei live, facendo sì che gli artisti fossero dietro un telo mentre i loro omologhi disegnati restassero l’unica vera immagine della band, ma la versione attuale non ci scontenta affatto. Uno sguardo allo schermo, uno agli artisti sul palco, abiti bizzarri, variopinti, tante sollecitazioni visive oltre a quelle sonore che spaziano tra vari generi, come da manifesto programmatico della band. Albarn userà il classico microfono per gran parte del live, ma in alcune occasioni passerà ad un altro vintage molto simile a quello che usano i poliziotti per comunicare in centrale i tuoi dati quando ti fermano con la macchina, così che la sua voce sarà filtrata per l’effetto 2D. Lo riconosceremo quando rivolgendosi al pubblico, molto numeroso ed appassionato, racconterà di avere un gran bisogno di un bagno di folla del genere, dopo che il giorno prima aveva sofferto per l’eliminazione dell’Inghilterra nella semifinale dei Mondiali ed aveva passato un brutto momento in Svizzera, dove era a suonare. Aggiungerà che quando si parla di calcio noi italiani possiamo capire meglio di tutti e che non siamo come gli svizzeri che chissà cosa avranno mai combinato al nostro, resteremo col dubbio. Tra un pezzo e l’altro appaiono sullo schermo moniti, massime, proverbi modificati, come “Big Brother is Watching YouTube” e “No More Unicorns Anymore”, mentre la sfilata degli ospiti è continua, con Pos & Dave dei De La Soul che si esibiranno in ’Superfast Jellyfish’ e, coinvolgendo molto il pubblico, in ‘Feel Good Inc.’. Peven Everett farà sua entrata in scena per ’Strobelite’ e ’Stylo’, dove condividerà il palco con Bootie Brown, mentre in ‘Hollywood’ si affaccerà Jamie Principle, ma anche Snoop Dogg, seppure solo dal maxischermo. Altra voce presente solo virtualmente, durante il pezzo di chiusura ‘Clint Eastwood’, sarà quella del rapper Del The Funky Homosapien che dopo la caduta dal palco, proprio durante l’esecuzione di quel brano al Roskilde Festival, è ancora ricoverato in ospedale. Altri brani degni di menzione saranno uno dei primi singoli della band, ‘Tomorrow Comes Today’, toccante oggi come diciassette anni fa, ‘On Melancholy Hill’ che fa ondeggiare la testa di tutti i presenti sulla piazza, la recente ‘Saturnz Barz’ che amiamo alla follia e la penultima ‘Kids With Guns’, con l’intervento molto apprezzato di Michelle Ndegwa e i suoi vocalizzi. Tutti cantano, tutti ballano, tutti si esaltano quando arriva la prima nota di un nuovo brano. Col fumo negli occhi del britpop non ci eravamo resi conto che il successo di quella che al matrimonio avevamo detto a Kirill essere la seconda band di Damon Albarn è in realtà diventato superiore a quella originaria, almeno attenendoci al momento e giudicando dal seguito e dall’esaltazione collettiva. Nel 2018 questa è l’attualità, tutto il resto è revival.

Andrea Lucarini

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